Blues Pills
Lady In Gold

2016, Nuclear Blast
Blues Rock

Tempo di tornare prepotentemente in scena per i Blues Pills, con un album che ancor prima della sua uscita, fissata per il 5 agosto, ha già creato forti divisioni tra l’audience della band.
Recensione di Federico Barusolo - Pubblicata in data: 04/08/16

Ci siamo. Finalmente l’uscita del secondo album dei Blues Pills è alle porte e l’attesa, complici i pareri contrastati scaturiti dalla condivisione delle prime due tracce nelle scorse settimane, sta crescendo in maniera smisurata tra fan e semplici appassionati del genere. “Lady In Gold” si presenta umilmente come una sorta di seguito del primo ed acclamatissimo self-titled, ma capiamo presto che in realtà si tratta di ben più di ciò.
 
La direzione presa dai quattro giovanissimi ragazzi in questo disco appare subito essere tutt’altro che parallela a quella tracciata finora. Lo psych tipico dell’album di debutto trova poco spazio nelle prime tracce, mentre sono da subito evidenti alcune scelte in favore di elementi maggiormente soul e pop, che hanno fatto storcere il naso ad alcuni fedelissimi del primo sound della band.
 
La title track, in apertura, ci descrive la misteriosa protagonista di questo lavoro attraverso un ricorrente ritornello, terribilmente efficace nella sua natura catchy. La voce di Elin Larsson divide lo spazio con i restanti elementi del gruppo in una potente intro, salvo poi salire in cattedra e diventare protagonista assoluta del pezzo. In “Little Boy Preacher” trova conferma il piglio soul dell’album a discapito delle tracce di chitarra, fortemente penalizzate da un mixaggio che pare sotterrarle troppo in profondità.
 
“Burned Out” appare già maggiormente rievocativa del groove delle origini e, dopo la piacevole parentesi di “I Felt A Change”, nella quale la bellissima voce di Elin scava nuovi e più immediati percorsi verso il nostro cuore grazie alla sempre crescente intensità del pezzo, “Gone So Long” dà nuovamente spazio alla chitarra di Dorian Sorriaux e riporta la vocalist al paragone forse più frequentemente sollevato, quello con Janis Joplin.
 
“You Gotta Try” rispolvera la natura blues della band e la batteria di André Kvarnström pregia il brano di improvvise accelerazioni che conducono al convincente ed energico ritornello. “Rejection” dà il giusto risalto anche al basso di Zach Anderson, sempre pregevole in questo album, e apre la strada alla ritrovata psichedelia della conclusiva “Elements And Things”, cover del pezzo di Tony Joe White.
 
Se è assolutamente vero, quindi, che con la seconda release i Blues Pills prendono una nuova strada, talvolta quasi contrastante con la precedente, è ammirevole come questi ragazzi riescano in tale modo ad alzare ulteriormente l’asticella. Vero, “Lady In Gold” impiega un po’ a convincere, a causa delle ragioni discusse precedentemente e delle aspettative molto (forse troppo) legate al primo capitolo, datato 2014, ma rende ben presto l’idea di una nuova maturità della band e lascia veramente ben sperare in vista di esecuzioni live che si prospettano memorabili.
 
Un chitarrista di talento come Dorian potrebbe apparire sprecato negli spazi in cui sembra relegato durante i primi pezzi, ma la sua presenza si fa sempre più forte nel corso dell’album, fino ad affiancare quella totale della cantante, per la quale non abbiamo veramente più aggettivi.
 
Che piaccia o meno, in conclusione, il lavoro che i Blues Pills stanno facendo è sensazionale, e sta decisamente riportando a galla qualcosa che le nostre orecchie non erano abituate a sentire da quasi quarant’anni. Forse si stanno davvero prendendo qualche rischio, ma infondo si sa, you gotta try to be alive.





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