Blink-182
Nine

2019, Columbia Records
Pop-Punk

Nine è un album insieme cupo ed esplosivo, il risultato di un periodo di sfide per la band californiana
Recensione di Dario Fabbri - Pubblicata in data: 21/09/19

Ora come ora nulla sembra semplice per i Blink-182: dall'abbandono di Tom DeLonge (e i numerosi fan che lo rivogliono indietro), ai figli che crescono e al tempo che passa per chiunque, ci si accorge inesorabilmente che i nostri non sono più i tre ragazzi che nel 1999 conquistavano la scena pop-punk col leggendario "Enema Of The State". I Blink-182 di oggi, quelli di "Nine", sono tre musicisti che hanno dovuto fare i conti con diverse problematiche, con un mondo in continuo cambiamento e con un mercato musicale profondamente diverso rispetto a quello di quando giravano nudi per le strade californiane, facendo breccia nei cuori di una generazione intera.

 

Il nono album della band di Mark Hoppus, più che al già citato pop-punk, prende come punto di riferimento la propria fase "emo", ripresentandosi al grande pubblico con un disco piuttosto introspettivo e cupo, anche se non mancano i singoli i cui ritornelli rimarranno nel cuore e nella testa dei fan per molto tempo ("Happy Days" e "Darkside" su tutti). La scelta di un album più personale e pensato è da apprezzare: con tutta probabilità, l'ennesimo disco pop-punk sarebbe risultato di troppo, considerando anche il precedente "California", e plausibilmente non avrebbe retto il confronto con le pietre miliari del passato. E allora largo alla sperimentazione e al ritorno a quel sound che aveva fatto la fortuna di "Untitled" nel 2003: già dall'opener "The First Time", il cui attacco ricorda molto quello di "Feeling This", si sentono elementi nuovi che si fondono con altri classici del gruppo. Sulla stessa direzione si muovono i due singoli e "Heaven", il cui ritornello sembra uscito direttamente dai loro primi lavori. D'altro canto, però, non appena i tre musicisti fuoriescono da questi schemi le cose si complicano: i singoli "Blame It On My Youth" e "I Really Wish I Hated You" sono tra gli episodi meno riusciti del lotto, proponendo di fatto soluzioni fin troppo semplicistiche. A far la differenza in senso positivo invece è il nuovo cantante Matt Skiba, con prestazioni di buon livello in "Black Rain" e "No Heart To Speak Of", le quali presentano abbondanti basi di musica elettronica e parti di batteria campionate mescolate ai classici ritornelli energici in cui esplodono le chitarre. E il connubio non è affatto male. Da inserire tra le migliori ci sono anche "Generational Divide" e "Ransom", composizioni brevissime in cui a far da padrone è il punk-rock delle origini e un sempreverde Trevis Barker alla batteria. Per il resto, c'è da sottolineare la quasi totale assenza di parti di chitarra rilevanti e uno spazio sempre maggiore dedicato a un sound pop-oriented. Inoltre, anche quando i nostri cercano di tornare al loro stile originale, i risultati non sono sempre di livello: un esempio è "Pin The Granade", che risulta essere poco più di un semplice filler. "Nine" si conclude con l'accoppiata "Hungover You" e "Remember To Forget Me", massime espressioni del nuovo sound della band, caratterizzato ancora una volta da ritornelli esplosivi e strofe in cui dominano l'elettronica, la chitarra acustica e le voci di Hoppus e Skiba che si intrecciano con una certa abilità.

 

Il peso delle responsabilità sempre maggiori, la volontà di creare qualcosa di nuovo ma che al contempo non sia troppo lontano da un passato che li ha visti protagonisti: c'è tutto questo nel nuovo "Nine". Forse non si poteva chiedere molto di più ai Blink-182, però indubbiamente qualche episodio poteva essere sviluppato in modo più maturo. In tempi di crisi (di qualunque tipo), si è posti davanti ad un bivio e diventa necessario compiere una scelta. E i Blink hanno scelto. Nonostante sia strano ascoltarli senza Tom, i tre musicisti californiani hanno portato a termine un lavoro non eccellente, ma di tutto rispetto.





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