Behemoth
The Satanist

2014, Nuclear Blast
Death Metal

Non un semplice ritorno... un ritorno in grande stile!
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 04/02/14

“Lunga ed impervia è la strada che dall'inferno si snoda verso la luce”.

Scomodiamo pure John Milton per introdurre il decimo album dei Behemoth, una citazione che più di altre calza a pennello con la storia umana, prima che artistica, dietro al ritorno in pista polacchi. È cosa nota infatti la lotta alla leucemia del proprio leader e frontman, Adam “Nergal” Darski, incominciata nell’agosto del 2010 con un ricovero urgente in un reparto ematologico e successiva diagnosi. Ogni attività della band interrotta a tempo indeterminato, la lotta per predominio del metal estremo è diventata una dura lotta per la sopravvivenza, tra sporadici comunicati medici e trapianti di midollo osseo. Una battaglia vinta fortunatamente, con i nostri pronti a gettare nuovamente il guanto di sfida a tutto metal estremo.

Una sofferenza che pare aver influito notevolmente su Nergal durante la stesura di “The Satanist”, come detto ampiamente dal musicista nelle settimane prima della pubblicazione. Il decimo album dei Behemoth infatti è senza dubbio il più viscerale, sentito e ragionato della storia recente della band, oltre che uno dei più riusciti in assoluto. In una parola: rinnovamento. Non un’evoluzione in senso stretto, in quanto in buna sostanza si ascolta quello che ci si aspetta dai Behemoth senza troppe sorprese, ma neppure una riproposizione di uno stile ormai collaudato che necessitava di una rinfrescata, come testimoniato nel buono ma “prevedibile” “Evangelion”. La cosa che balza più all’ascolto è la pesante influenza black metal all’interno del full-length, giustificando appieno la dicitura di "blackened death metal", inserita nell’abituale contesto epico dei Behemoth.

Più dei brani condotti alla massima velocità, la fortuna di “The Satanist” sono i frangenti più atmosferici e “pacati”, le melodie sinistre sempre bene in evidenza, la bravura nel saper arrivare al risultato anche per vie traverse, piuttosto che colpire dritto con estrema violenza. Una riproposizione/integrazione del passato black dei nostri secondo i dettami moderni; senza fatica possiamo infatti trovare alcuni influssi nel riffing delle band più “in voga” degli ultimi tempi (alcune dissonanze e soluzioni ritmiche richiamano ai Deathspell Omega, come i Watain nella ricerca melodica), citazioni più o meno evidenti di se stessi e di band cardine del metal estremo (la strofa della conclusiva “O Father O Satan O Sun!” è di provenienza norvegese doc, a voi il compito di associare un nome), eppure… Eppure il disco funziona, perchè in tutto questo insieme di spunti e influenze ci sono musicisti con un’esperienza ventennale, la matrice dei Behemoth rimane sempre in primo piano, le canzoni emozionano e offrono sempre diversi piani di lettura.

Fino ad ora noi non abbiamo sottolineato la violenza bruta e il coinvolgimento d’impatto di alcuni frangenti. “The Satanist” è infatti un lavoro che può essere assimilato “di pancia” senza troppi problemi, abbandonandosi ai furiosi blast-beat e alle cavalcate delle chitarre, da buon metallaro che bada più al sodo, mostrando quindi il giusto equilibrio tra emotività e potenza, ragione e brutalità. Forti di una produzione di altissimo livello e di una padronanza tecnica da band esperta, cioè sempre presente ma funzionale allo svolgimento del disco (vedi i costanti e certosini assoli da “shredder” ammirati in “Evangelion”, di cui qui non vi è traccia, in quanto non necessari), i Behemoth dimostrano che al giorno d’oggi si può ancora produrre qualcosa di estremamente valido, senza inventare niente, ma rielaborando la propria storia, il passato e il presente, in qualcosa di personale, che fortunatamente non ha solo forma (l’armamentario scenico/visivo dei nostri è sempre più importante) ma anche moltissimo contenuto. Un lavoro intelligente, maturo, che ha portato una bella ventata di aria fresca nel sound della band nel momento più difficile, il fatidico ritorno in campo, in cui non bastava solo riproporsi, ma bisognava farlo con grande stile.



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