Beady Eye
BE

2013, Columbia
Pop Rock

Sotto la vanagloria, niente.

Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 12/06/13

Liam Gallagher è uno di quei personaggi che a noi del settore fa comodo: le sue sparate finiscono sempre per fare quel rumore di cui i titoli dei giornali hanno bisogno. Ormai è diventato un po' come Vittorio Sgarbi: fa più notizia raccontare le sue sbroccate, o le sue sfoggiate di vanità, piuttosto che concentrare l'attenzione su quello che vale, oggi come oggi, la sua band. Non cambieremo certo atteggiamento dopo aver ascoltato “BE”. Anzi.


A proposito di sparate, qualche mese fa l'ex-Oasis aveva definito l'album in arrivo con le consuete esagerazioni definendolo, oltre che maestoso e imperiale, anche “sperimentale e fuori di testa”. Per una volta gli aggettivi sono quelli giusti: come annunciato, infatti, non c'è più traccia della sbornia post-vintage di “Different Gear, Still Speeding”, peccato però che a sostituirla c'è solo un immenso abisso di nulla, una raccolta ondivaga senza stile, senza appeal melodico, senza scopo. L'unico merito di questa svolta è che i Beady Eye non qui suonano affatto come degli Oasis di seconda scelta, e immaginiamo che l'intento di base fosse proprio quello; tuttavia questa virata “fuori di testa” è più che altro fuori di melone e non fa che mettere a nudo i limiti che Liam e soci hanno come autori.

Il tentativo di “BE” sarebbe quello di dilatare i gusti cui Gallagher ci aveva abituati attraverso esplorazioni psichedeliche e flussi atmosferici, vorrebbe, in definitiva, coniare una nuova identità ai Beady Eye (sì, quei copioni rimasti incollati agli anni Novanta). Basta prestarsi all'ascolto di qualche pezzo della scaletta per comprendere quanto sia stato profondo questo buco nell'acqua. Difficile vedere in “Soul love” qualcosa in più di una svogliata lamentela, o in “Second Bite Of The Apple” (che peraltro inizia molto simile a “Shoot You Down” degli Stone Roses) qualcosa in più di un maldestro tentativo di rifare i Primal Scream che furono. Che dire poi di “Don't Bother Me”, una nenia zuccherosa di 7 minuti e mezzo, metà dei quali sprecati in una fluttuazione pseudo-orchestrale (se era una sperimentazione, beh, era già venuta meglio agli Spiritualized nel '97).  Fra le proposte “meno peggio” appare “Face The Crowd”, che sveglia dall'abbiocco indotto dai primi due pezzi grazie ad un riff quasi decente firmato Andy Bell che rispolvera il guitar rock dell'era “Tarantula”, quando i suoi Ride, per la cronaca, erano in crisi nera. Gem Archer invece compone “Iz rite”, che forse è l'unico brano superstite di questo naufragio, se non altro per il fatto che possiede una melodia dignitosa arrangiata con gusto.


In tutto ciò una cosa non si può nascondere: manca la mano di un vero songwriter, come poteva esserlo Noel Gallagher a suo tempo. “BE” è un album che prova a dire che Liam e soci non hanno più bisogno dei vecchi stereotipi, per cui sarebbe stato facile criticarli. Il risultato è un disco piatto, povero, noioso ai massimi livelli. Liam continui pure a criticare i Daft Punk o i Mumford & Sons (e a elogiare Justin Bieber), nel frattempo noi ci chiediamo se sotto la sua sempre più imbarazzante vanagloria non si nasconda la sensazione di essere completamente e irrimediabilmente bollito. Al limite qualcuno glielo dica.





01. Flick of the Finger
02. Soul Love
03. Face the Crowd
04. Second Bite of the Apple
05. Soon Come Tomorrow
06. Iz Rite
07. I’m Just Saying
08. Don’t Bother Me
09. Shine a Light
10. Ballroom Figured
11. Start Anew

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