Atlas Pain
What The Oak Left

2017, Scarlet Records
Folk/Epic Metal

Helsinki e Milano non sono mai state così vicine.
Recensione di Roberto Di Girolamo - Pubblicata in data: 03/07/17

La prima cosa che salta all'orecchio ascoltando "What The Oak Left" degli Atlas Pain è l'impossibilità di riconoscere il fatto che si tratti di un full-length di debutto. Lungi dal voler fare di tutta l'erba un fascio, la formazione lombarda è sprovvista di molti tratti che spesso tradiscono la benevola inesperienza tipica di chi si cimenta in un'opera prima. Allo stesso modo, è altresì impossibile associare la band a italiche origini, dato che ascoltando la musica contenuta nell'album verrebbe da pensare a un ensemble proveniente da latitudini decisamente più elevate, soprattutto grazie ad arrangiamenti, suoni e songwriting che molto devono a una probabile fascinazione verso la terra dei mille laghi. Questa caratteristica diviene palese soprattutto nel caso delle splendide melodie folkeggianti che non possono non ricordare i momenti migliori di "colleghi" quali Ensiferum e Wintersun. Stilisticamente, infatti, alcuni dei tratti più incisivi scaturiscono da elementi che in passato hanno reso grandi e riconoscibili alcune formazioni; esemplari sono gli inserti di tastiera glaciali e la voce harsh che ricordano i migliori Children Of Bodom, con la differenza però che il gruppo di Espoo non dice nulla di altrettanto interessante da un buon decennio a questa parte.
 

I pezzi molto riusciti del lotto sono numerosi: l'andante "The Counter Dance" sembra un parto delle terre della Carelia, "From The Lighthouse" ricorda invece gli Insomnium più ispirati grazie a chitarre malinconiche e voci corali d'insieme. "Ironforged" è poi un brano riconoscibile che fa tesoro del background della band creando qualcosa di nuovo ed emozionante ai limiti col symphonic metal, mentre la lunga suite conclusiva "White Overcast Line" è una stratificazione emozionale creata su fraseggi chitarristici intrecciati su un tappeto di armonie solari. Particolarmente votata al versante live sembra infine "To The Moon", uno dei punti più elevati del disco, dagli arrangiamenti così finlandesi da guadagnarsi istantaneamente l'indipendenza dalla Russia.

 

La produzione è di buon livello, anche se un sound di batteria più personale avrebbe aiutato il disco ad avere maggiore personalità e a differenziarlo maggiormente, dato che almeno i fusti sembrano presi da una libreria di sample dal suono troppo riconoscibile ormai in uso presso moltissime band. Nonostante questo, i suoni sono complessivamente adatti al genere e il missaggio assicura il giusto peso di ogni strumento nell'economia musicale della band meneghina, cosa per nulla scontata visto il numero di elementi presenti nello spettro sonoro e la velocità a cui spesso si susseguono.

 

Con "What The Oak Left" gli Atlas Pain si impongono, oltre che come un altro centro nel talent scouting messo a segno dalla Scarlet Records, come una delle formazioni più promettenti e dal probabile impatto internazionale, magari a seguito di un dovuto aumento di budget in favore del gruppo che siamo certi arriverà dopo un debut di questa caratura.





01. The Time And The Muse
02. To The Moon
03. Bloodstained Sun
04. Till The Dawn Comes
05. The Storm
06. Ironforged
07. The Counter Dance
08. Annwn's Gate
09. From The Lighthouse
10. White Overcast Line

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