Baustelle
L'Amore E La Violenza Vol.2

2018, Atlantic/Warner
Pop Rock

Dodici nuovi pezzi facili che non vi lasceranno facilmente.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 26/03/18

Avevamo lasciato i Baustelle poco più di un anno fa in balia di Amanda Lear stesa al sole di una Solitary Beach di pura sabbia Battiatiana, e li ritroviamo oggi alle prese con il seguito spirituale di quell’abbraccio fatale tra amore e violenza che da sempre ispira gli artisti.
Ed è proprio come testimonianza concreta di quell’ispirazione sovrabbondante che ha accompagnato la band in tour l’anno scorso che nasce oggi questo vol.2, il cui sottotitolo è deliziosamente ingannevole e fuorviante.

Dodici nuovi pezzi facili”: che siano nati in modo facile questi pezzi non lo mettiamo di certo in dubbio, visto che mai nella storia dei Baustelle sono passati solo 14 mesi tra un episodio discografico e quello successivo. Tuttavia, che siano di nuovo pezzi di synth pop anni ’80 estremamente digeribile – ma non per questo meno affascinante - che segue per filo e per segno quanto espresso nel vol. 1 dell’opera: beh, quello è un fatto ampiamente smentito dalla musica.
Un’obiezione roboante che viene espressa immediatamente dall’opener “Violenza”: contraltare del precedente “Love”, è una strumentale dove lo spirito di Claudio Simonetti si scioglie in un delirio prog pop settantiano su cui una Bastreghi biascica, con meravigliosa indolenza, la sua dichiarazione di “violenza”.
Ma non è solo questo: da moltissimo tempo, forse addirittura da “La Moda Del Lento”, i Baustelle non suonavano così rock, affidando alle chitarre (siano esse acustiche od elettriche) il ruolo di assolute protagoniste dell’opera, e questo nonostante l’elenco dei synth utilizzati superi le 3 righe all’interno del booklet del disco.

L’affinità che lega i due volumi de “L’Amore E La Violenza” semmai, oltre che nella cover speculare e complementare rispetto al disco precedente, risiede nel tema portante e nei testi. Ancora una volta, dunque, protagonista è l’abbandono subito da Bianconi della sua compagna, che gli ha lasciato “un figlio, Foster Wallace, tre maglioni”, una cronaca narrata con una magnifica poesia di un secondo atto più volto alla risoluzione del lutto sentimentale.
Basta l’ascolto del capolavoro “Lei, Malgrado Te”: dramatique chanson disco love introdotta dal countdown proprio della figlia Anna Bianconi che si risolve in un ritornello semplicemente stratosferico, dove al punto di vista di lui sulla questione risponde (in modo immaginario? Concretamente?) una Bastreghi (mai così assente, dal punto di vista meramente compositivo) con la country flower power ballad “A Proposito Di Lei”.
Gli albori degli anni ’70, già: li senti deflagrare nell’attacco a dir poco stellare in cui il synth cede sotto il peso di tutti gli strumenti in “L’Amore E’ Negativo”, e si manifestano tanto nelle atmosfere disco, quanto in quelle prettamente pop (l’italianissimo ritornello di “Perdere Giovanna”, l’avvolgente chitarra acustica di “Baby”). Nel mezzo l’orrore, la violenza di un suono quasi estraneo all’opera nel suo complesso (l’intermezzo “La Musica Elettronica” che si spiega perfettamente nel titolo) che irrompe morboso ed affascinante come le urla che chiudono l’unico episodio effettivamente contemplativo del disco posto in chiusura (“Il Minotuaro Di Borges”, ispirata dall’omonimo racconto).

Certo, non mancano le lacune: a volte l’inciso è troppo Pulp anche per una band che viene spesso definita “i Pulp Italiani” (vedi il singolo “Veronica n.2”, i la-la-la-la sul ritornello glam rock di “Caraibi” che dovevano essere banditi da almeno 18 anni), e a livello generale si può dire che, a livello prettamente melodico, il disco sia sicuramente meno brillante rispetto all’episodio precedente. Così come le parole: meno cariche di potere di immaginazione, e forse più inclini alla mera cronaca declinata in modo formalmente e metricamente impeccabile.
Tuttavia, tutto questo non smorza minimamente la potenza del messaggio di fondo di questi due fratelli discografici che incorniciano alla perfezione un momento dell’esistenza dei Baustelle incarnati, come mai prima di oggi, nella figura dell’uomo Francesco Bianconi.

E non è tanto per civettuolo amore del gossip che si è puntato sull’intrinseco legame tra autore principale (delle musiche e di tutti i testi del disco) ed opera, quanto per il fatto che “L’Amore E La Violenza”, con entrambi i suoi volumi, pone un quesito affascinante su che ruolo debba avere il cantautore nell’attuale panorama musicale italiano, anche e soprattutto di fronte all’esplosione del cosiddetto neo-indie
Perché in un tempo presente in cui prevale una forma comunicativa estremamente diretta (Calcutta) ed allineata al gusto giovanile (Cosmo) a volte tremendamente populista (The Giornalisti), i Baustelle si muovono in una direzione ostinata e contraria con manifesti sonori costantemente retrò (gli anni ’80 del vol.1, quelli ’70 del vol.2) e dandy bohèmien, con liriche pretenziose a tratti che richiedono comunque una costante rielaborazione da parte dell’ascoltatore.
E nel fare tutto questo, la musica italiana torna nuovamente ad elevarsi, senza rinchiudersi in un guscio di impenetrabile elitarismo. 
 
Chapeau. 




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