Amon Amarth
Deceiver Of The Gods

2013, Metal Blade Records
Death Metal

Recensione di Marco Mazza - Pubblicata in data: 29/06/13

“Del domani non v'è certezza” recitava un famoso verso attribuito a Lorenzo de’ Medici. Affermazione per gran parte condivisibile ma che crolla fragorosamente quando si parla di una nuova release degli Amon Amarth. Già perché da ormai quasi due decadi il gruppo propone sostanzialmente lo stesso prodotto: un death metal melodico fatto di ritmi trascinanti, ritornelli coinvolgenti e riff avvolgenti. Certo dai tempi dell’insuperabile capolavoro “Once Sent From the Golden Hall” la musica offerta dagli scandinavi è un po’ cambiata: è meno grezza e rozza, gli angoli troppo spigolosi sono stati smussati e ha maggiori venature melodiche rispetto ai primi lavori. Gli elementi base continuano però a rimanere sempre gli stessi, compresi i temi mitologici norreni che fanno da sfondo alle urla da mischia di Johan Hegg. "Deceiver of the Gods", il nono capitolo discografico, non fa eccezione e, ancora una volta, la collaudata formula si rivela efficace nonostante l'assenza di novità.
 
Come nei precedenti tre album anche questa volta le tematiche sono incentrate su un particolare personaggio della cultura pagana vichinga; dopo Odino, Thor e Surtr è ora il turno di Loki, l’ingannatore degli Dei. Stilisticamente, come anticipato, “Deceiver of the Gods” non si discosta molto dalle uscite che l’hanno preceduto; brani come l’omonima opener, “Shape Shifter” o “Coming of the Tide” riproducono esattamente quello che ci si può aspettare degli Amon Amarth. Le chitarre di Olavi Mikkonen e Johan Söderberg si occupano di creare attrattive armonie melodiche che vengono brutalizzate dalla batteria di Fredrik Andersson e dal growl di Johan Hegg. Come di consueto anche l’ultimo disco straripa di riff melodici inseriti in una struttura generale dai ritmi elevati. Elementi questi che emergono chiaramente in un brano come “As Loke Falls” e che, presi assieme, costituiscono da sempre l’arma usata dalla metal band per catturare l’ascoltatore e trascinarlo la dove lo vogliono portare: sul campo di una battaglia di 1000 anni fa. Il tutto è condito con la solita salsa epica, l’apice si raggiunge in episodi come la marcia di guerra “We Shall Destroy” o ancor di più in “Warriors of the North”. Qualche piccolo elemento di novità è rappresentato dallo sporadico utilizzo di un approccio a base groove in alcuni dei pezzi inseriti in tracklist, vedi ad esempio “Blood Eagle”, ma certo nulla di clamoroso. Forse l’unica vera sorpresa si ha durante l’ascolto dell’ottava traccia, “Hel”, che esibisce un sound decisamente più doom. Passeranno meno di due minuti per capirne la causa; alla grezza voce di Johan si aggiunge quella vibrante e lirica di un ospite: Messiah Marcolin, ex Candlemass.
 
Gli Amon Amarth non hanno più nuove idee da regalare al panorama metal attuale, ma questo già si sapeva. Tutto quello che avevano da dire, che comunque non è poco, l’hanno detto parecchi anni fa. Tuttavia ancora una volta gli svedesi riescono a produrre un validissimo disco. L’ultima fatica della band è solida, divertente e coinvolgente come sempre; i cinque sembrano aver trovato l’elisir di lunga vita per la musica che propongono, che è sempre la stessa. Il difficile in una proposta di questo tipo è riuscire a tenere alto l’interesse a ogni uscita e a far risultare il tutto non stancante, noioso o ripetitivo nonostante l’iperutilizzo della formula e, c’è da dire, Hegg e soci non sembrano avere alcuna difficoltà nel riuscirci. Risultato che riescono ad ottenere grazie una cura maniacale per il dettaglio e con un grande affiatamento tra di loro, la formazione è stabile da decine di anni. Pur sapendo esattamente cosa attendersi da un loro album non c’è un solo capitolo della loro lunga discografia che possa essere considerato brutto e “Deceiver of the Gods” è l’ennesima conferma. Gli Amon Amarth hanno le idee chiarissime su cosa fare e su cosa i loro fan vogliono, altro non fanno che fornirglielo, nel miglior modo possibile.



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