Alice In Chains
The Devil Put Dinosaurs Here

2013, Virgin/EMI
Grunge

Di nuovo centro. Bentornati Alice In Chains!
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 28/05/13

Erano tornati alla ribalta quattro anni fa con “Black Gives Way To Blue”, l'album del ritorno dopo il ritiro dalle scene a causa del malessere che alla fine ha tolto da questo mondo il mai dimenticato Layne Staley. Stessa band, frontman diverso, stessa attitudine intatta: semmai ci fosse ancora qualcuno che si ostina a vestire i panni dell'ortodosso inamovibile, ribadiamo che William DuVall non è un usurpatore di alcuno scettro microfonato, ma che anzi è il perfetto innesto degli Alice In Chains del nuovo millennio. Perfetto per qualità e modalità canore, perfetto per attitudine.


Con queste premesse vi presentiamo il nuovo lavoro della band, “The Devil Put Dinosaurs Here”. Con queste premesse vi diciamo subito che gli Alice In Chains hanno nuovamente colpito nel segno: le ritmiche ossessive di “Stone”, le atmosfere claustrofobiche e sulfuree della title-track, l'incedere sabbathiano di “Lab Monkey” ci accompagnano in un viaggio sonoro ed intrapsichico cui Jerry Cantrell ci ha da sempre abituato, fatto di immagini distorte, inquietanti ed affascinanti al contempo, un viaggio composto da inquietudini che non aspettano altro che un tanto sperato raggio d'irraggiungibile serenità. C'è quasi un sussulto d'ariosità negli arrangiamenti di “Breath On A Window”, sussulto che apre un varco nella stretta cella d'isolamento psichico grazie alle chitarre acustiche di “Scalpel”, tipico momento di (quasi) quiete che puntualmente si presenta in ogni disco della band di Seattle, quasi a voler concedere una vera e propria boccata d'ossigeno a se stessa e agli ascoltatori dopo aver percorso il sulfureo e profondo tunnel che loro stessi hanno costruito a suon di riff pesanti, pressanti eppure affascinanti.


Ma il respiro, seppur affannoso, di aria più limpida vien presto strozzato da “Phantom Limb” che ci riporta con violento vigore nel tunnel. I meandri sotterranei si fanno sempre più stretti, sempre più claustrofobici e malinconici, attraversiamo le nebbie angosciose e melanconiche dei Nineties in “Hung On A Hook”, fino a raggiungere finalmente la superficie con le note di “Choke”, ma il paesaggio che si prospetta dinanzi a noi è un desolato deserto dove l'unica cosa da fare è coltivare un po' di speranza, semmai se ne avrà la forza, semmai la disillusione non si sia già completamente impossessata di noi.


Un viaggio claustrofobico melanconico, rabbioso, terribilmente affascinante. Questi sono gli Alice In Chains. Questi sono sempre stati gli Alice In Chains. “The Devil Put Dinosaurs Here” conferma una band che vive l'ossimoro artistico di una lucida salute creativa invidiabile pur creando scenari angoscianti ed ossessivi, dove il sole è solo un pallido, velato barlume di speranza che mai potrà essere raggiunta.





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