Virgin Steele
Visions Of Eden

2017, SPV/Steamhammer
Heavy Metal

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 04/03/17

Il più grande affronto nei confronti degli Dei del metal, per una band, non è aver pubblicato un brutto disco, bensì aver dato alle stampe un album malamente prodotto. Da questo punto di vista i Virgin Steele, nel 2006, si macchiarono del crimine di aver compromesso il loro undicesimo full-length “Visions Of Eden”. Una produzione tra le peggiori che si siano mai potute ascoltare, capace di rendere piatti e confusi anche brani anche di grande effetto. Basso disperso sotto a strati di voce e tastiere. Chitarra estremamente molesta. Di certo i difetti di produzione si sprecavano per l’originale del 2006. Fortunatamente la band ha deciso di porre rimedio a questo scempio dando alle stampe questa nuova versione 2017.


Questa Barbaric Remix Version risolve tutte le fastidiose pecche che affliggevano il primo “Visions Of Eden” e lo fa con grande classe, presentando un mixaggio nuovo di zecca che ridona vita alle singole tracce. Riscatta sicuramente l'affilata chitarra di Edward Pursino che riesce a riconquistare un posto prominente all’interno delle composizioni. La voce e le tastiere di David DeFeis ora riescono ad integrarsi alla perfezione con gli altri strumenti ed anche il cantato ne guadagna in resa e in gamma di espressioni e sentimenti, senza più sembrare monotono e svogliato. “Visions Of Eden” non ha mai avuto vita facile, sicuramente per i problemi tecnici, ma anche per essere venuto alla luce dopo un quintetto di capolavori come “The Marriage Of Heaven And Hell” (parte I e II), “Invictus” e i due “The House Of Atreus”. Chiunque sarebbe stato schiacciato con tali esempi di sublime arte, ed infatti le recensioni dell’epoca non hanno reso alcuna giustizia, se non in rari casi, alla qualità dell’album. Poterlo ascoltare oggi, a lunga distanza dall’ultimo decennio dello scorso secolo e dalle vette raggiunte dalla perizia del combo statunitense, ci permette di riscoprire piccole gemme e si può finalmente dare credito alla vena creativa di DeFeis, per nulla prosciugata nonostante il mastodontico lavoro profuso negli album precedenti. L’heavy metal e gli elementi da rock opera vanno perfettamente a braccetto, deviando di quando in quando verso altri ambiti – i riff settantiani di ‘The Ineffable Name’ o i lidi pericolosamente pop di ‘God Above God’. La sostenuta lunghezza di ogni singola composizione, unita alla quantità di elementi e di variazioni che la mente di DeFeis è riuscita ad inserire in ogni brano, in certi casi rischia di spezzare facilmente l’attenzione dell’ascoltatore. Non è un album che accende immediatamente la passione in chi gli si trova dinnanzi, ci vogliono diversi ascolti ed un’immersione quasi totale nell’universo musicale – e teatrale – creato dai Virgin Steele, ma, una volta che ciò avviene, l’album ripaga completamente il tempo speso ad ascoltarlo. “Visions Of Eden” è un vortice oscuro di potenti sentimenti, un mix tra paganesimo e cristianità. Gli opposti – musicali, concettuali – che ne compongono l’ossatura prendono vita nelle partiture della rock opera. Il salto rispetto al passato è notevole, in alcuni punti, ma non si rimane comunque scontenti per la visione musicale di DeFeis, sia che si preferisca il classico heavy metal – ‘Childslayer’ o ‘Bonedust’ – o elementi più raffinati – la pagana e struggente ‘Black Light On Black’ o l’intimista title track, monumentale ma eterea, vera chiusura riassuntiva di tutto l’album.


Con questa uscita 2017 i Virgin Steele riparano un torto che chiedeva vendetta da ben dieci anni, anche se lo fanno solo parzialmente, visto che oltre alla Barbaric Remix è prevista anche una Romantic Remastered che ripropone quasi integralmente tutte le pecche dell’originale del 2006, con una rimasterizzazione dagli originali dell’epoca che sposta solo il problema senza eradicarlo. Seppure questa seconda iniziativa possa lasciare a dir poco perplessi, soprattutto se accostata alla presente soluzione che finalmente aveva riscattato composizioni per troppo tempo sottovalutate, forse è meglio non pensarci troppo ed accontentarsi di avere risolto almeno in parte un’offesa agli Dei del metal, sperando che alla prossima occasione i Virgin Steele, o meglio, David DeFeis, vero mastermind della band, si ravveda del tutto.




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