In Flames
Siren Charms

2014, Sony
Alternative Metal

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 02/10/14

Possiamo scannarci all’infinito sull’ennesima svolta stilistica alzando e abbassando l’asticella dell’ultimo disco da salvare, acclamare a gran voce un ritorno alle sonorità degli esordi, inveire per il taglio di capelli di Anders Fridèn ma una cosa è certa per tutti, detrattori e sostenitori: gli In Flames proseguono la loro marcia verso destinazione ignota con la sicurezza di chi a conti fatti può vantare un saldo commerciale sempre in attivo, permettendosi persino di cambiare etichetta due volte nel giro di due dischi. Il passaggio da Century Media a Sony potrebbe sembrare il preludio per il grande salto, ma è pur vero che da tempo ormai gli svedesi raccontano una band assai diversa da quella di vent’anni fa. Ogni considerazione lascia dunque il tempo che trova, sarebbe già tanto avere fra le mani un disco energico e ispirato, un po’ alla maniera di “Come Clarity” (2006), per convincere anche i più scettici sulla bontà delle scelte stilistiche perpetrate anche stavolta.

“Siren Charms” è un lavoro pieno di buone intenzioni, su tutte quella di dare vita alla prima vera svolta radicale nel sound degli In Flames. L’undicesimo lavoro della band si caratterizza per le due anime che vi convivono, una più sperimentale e malinconica, nella quale spiccano tanto pezzi come “Through Oblivion” e “Eyes Wide Open” quanto una zoppicante titletrack; l’altra, più smaccatamente core, finisce inevitabilmente per confondersi in toto nella mediocrità delle ultime releases. La finta rabbia di “Everything’s Gone” e “When The World Explodes” (in cui compare persino una voce femminile) non deve trarre in inganno, gli In Flames si ostinano a camminare da troppi anni su una corda sempre più stretta, fissata ai “vorrei ma non posso” di un gruppo che tenta di arricchire come può un sound rinnovato pezzo dopo pezzo. Un pasticciaccio che il singolo “Rusted Nail” riassume tremendamente bene, così adorno di tutti quei cliché che caratterizzano gli In Flames da un po’ di anni a questa parte.

Quarantaquattro minuti per undici canzoni che se ascoltate in modalità shuffle si confondono ancora di più nella mediocrità generale di un disco asettico e senz’anima, perfetto per la modalità "consigli per gli acquisti" così in voga  su Spotify. Degli ultimi tre album messi insieme forse se ne poteva fare uno, al netto di qualsiasi valutazione stilistica ovviamente, ma ormai non è più un problema di genere, bensì di un gruppo che ha stressato sin troppo il suo stile in tutte le direzioni possibili. L’età che avanza, le line up che si rinnovano sono tutti elementi decisivi per una band di metal estremo, ma sarebbe sufficiente ritrovare almeno l’ispirazione degli inizi, quella che teneva lontane le tentazioni mainstream ben simboleggiate dal titolo del disco, per mettere a tacere la critica. Fino a quando il successo di pubblico continuerà ad arridere agli In Flames, e noi glielo auguriamo di cuore nonostante tutto, quanto detto rimarrà per i diretti interessati soltanto un problema secondario.




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