Revolution Saints
Revolution Saints

2015, Frontiers Records
Melodic Rock

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 20/02/15

Prendete tre musicisti dotati (Deen Castronovo, Jack Blades e Doug Aldrich), un presidente con un sogno nel cassetto (Serafino Perugino), un produttore estremamente ispirato (Alessandro Del Vecchio) ed il risultato che otterrete sono questi Revolution Saints. Lo starpower coinvolto in questo progetto è di tutto rispetto ed i trascorsi dei tre musicisti da soli farebbero trepidare un qualsiasi appassionato di AOR/hard rock: Journey, Ozzy Osbourne e Bad English per Castronovo; Night Ranger e Damn Yankees per Blades; Dio e Whitesnake per Aldrich.

Revolution Saints” è un album quasi perfetto, a cominciare dal songwriting fino a giungere alla prestazione magistrale degli artisti coinvolti. Un concentrato di anni ’80 trasportato nel presente e magistralmente attualizzato. Castronovo, impegnato oltre che dietro alla batteria anche come voce principale, è la vera rivelazione ed il centro d’attrazione dell’intero album (senza nulla togliere allo splendido lavoro di Blades e Aldrich). La sua voce, graffiante e sabbiosa, energica nei brani più veloci ed estremamente coinvolgente e delicata nelle ballad non sfigura davanti ad un confronto con l’indimenticabile Steve Perry di Journey-ana memoria. Il valore indiscusso dei brani inclusi in questo disco aumenta notevolmente grazie anche al contributo di alcuni illustri ospiti: Arnel Pineda, attuale voce dei Journey, che duetta con Castronovo nella suggestiva ballad “You’re Not Alone”; Neal Schon, fondatore e chitarrista dei Journey, che delizia con i suoi inconfondibili assoli nel brano “Way To The Sun”; Alessandro Del Vecchio, vero quarto membro della band visto il suo contributo al progetto, in veste di produttore, songwriter e impegnato alle tastiere in diversi brani (nonché voce in “Way To The Sun”). Tutto l’album funziona alla grande, anche la successione dei brani sembra studiata per ottenere il miglior effetto possibile, con un’interessante alternanza di brani energici alle ballad. Vista la mole di parole positive e complimenti fin qui spesi si potrebbe quasi apporre il sigillo di capolavoro a “Revolution Saints”, ma una piccola pecca non permette di farlo. Tale pecca risponde al nome di Journey, forse il termine più usato in tutta questa recensione. Molti (troppi) elementi presenti nell’album (la voce e lo stile di Castronovo, la presenza di Pineda e Schon, il sound di numerose canzoni che rimanda senza alcun fallo alla band in causa), fanno sbilanciare troppo l’opera prima dei tre Santi verso i territori più legati al background del talentuoso batterista rispetto a quelli dei suoi due degni compari (anche se la chitarra di Aldrich mostra spesso rimandi alla sua collaborazione con Dio e con i Whitesnake). Un peccato estremamente veniale che non oscura quanto di ottimo si è fatto. Rimane un poco di amarezza pensando che i Revolution Saint avrebbero potuto osare quel tanto di più che avrebbe permesso di rendere veramente memorabile il loro debutto, sfruttando maggiormente le singole influenze dei tre musicisti, come avviene in “Back On My Trail”, brano che apre il disco.

Sicuramente un disco che i fan della vecchia guardia ameranno ascoltare ininterrottamente, un piccolo gioiello che ci si augura non rimarrà un esperimento isolato.




01. Back On My Trail
02. Turn Back Time
03. You’re Not Alone (Feat. Arnel Pineda)
04. Locked Out Of Paradise
05. Way To The Sun (Feat. Neal Schon)
06. Dream On
07. Don’t Walk Away
08. Here Forever
09. Strangers To This Life
10. Better World
11. How To Mend A Broken Heart
12. In The Name Of The Father (Fernando’s Song)

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