Muse
Simulation Theory

2018, Warner Music UK
Pop-rock, Rock-elettronico

I Muse si trasformano nei programmatori di un folle videogioco di sopravvivenza, nel quale finiscono per rimanere intrappolati
Recensione di Giovanni Maria Dettori - Pubblicata in data: 08/11/18

Recensire un album dei Muse, da qualche tempo a questa parte, è diventata davvero una dura impresa. Il trio dei tre ormai-ex ragazzi del Devon ha cambiato talmente tante volte pelle che avere un’idea chiara su di loro si rivela ogni volta ostico, e ogni evoluzione non è mai di facile interpretazione. Eppure, è chiaro e abbastanza condiviso, specie per chi li ha amati alla follia, che il percorso di Bellamy e co. abbia progressivamente seguito rotte un po’ astruse.

In quasi 10 anni siamo passati dalle sinfonie delle astronavi aliene di The Resistance alle vibrazioni dubstep di The 2nd Law, sino a Drones. Quest’ultimo sembrava dovesse essere l’album in grado di riportarli al rock di una volta, “esorcizzando i demoni del passato”, giusto per utilizzare una loro citazione. Nonostante un risultato tutto sommato soddisfacente, il disco flirtava comunque con l’elettronica e il pop, cercando talvolta una scomoda emulazione (o un riciclo, se pensiamo al riff di "Psycho") della prima parte di produzione, facendoci capire che nel bene e nel male i Muse si sono naturalmente evoluti.
 
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Una cosa si può dire con certezza, anzi due: la prima è la sicurezza che, sebbene il suond sia cambiato, dal vivo i Muse restano sempre impressionanti. La stravaganza delle luci, delle mongolfiere, dei droni, delle esplosioni, e delle scenografie porta gli spettatori a restare sempre frastornati dai folli esperimenti dei ragazzi di Teignmouth, sino all’estasi. Il tutto chiaramente mentre il trio (più il tutto-fare Morgan Nicholls) dà regolarmente prova di un’alchimia musicale straordinaria, e di un talento fuori dal comune. La seconda invece è che i Muse a un certo punto abbiano cominciato a farsi sedurre da immaginari collettivi e sonori un po’ “facilotti”. Così come "The 2nd Law" aveva riproposto in maniera coraggiosa le distorsioni elettroniche dei drop con cui Skrillex e Noisia riscrivevano le regole della dance music, "Simulation Theory" si aggrappa saldamente alle vibrazioni degli anni ’80 in tutto e per tutto. Un ritorno al passato che da qualche anno sta interessando non solo la musica contemporanea (vedere anzi sentire gli esperimenti Synth-wave e Retro-wave), ma l’immaginario pop globale tra grafiche cybernetiche retrò, led viola e sintetizzatori che rimandano immediatamente a indimenticabili cult generazionali. 
 
"Simulation Theory" si appropria di tutto questo sin dalla copertina (per altro realizzata dal leggendario Kyle Lambert, autore delle locandine di pietre miliari come “La Cosa”, “Jurassic Park” sino all’ultimo arrivato “Stranger Things”) portando ad una nuova declinazione del paradigma Muse. Il risultato è altisonante, ma in grado di dirci definitivamente cosa sia rimasto dei “vecchi” e cosa siano i “nuovi” Muse.
Dei “vecchi” è rimasto poco: qualche rimembranza si può percepire nell'ottima “The Dark Side”, dove alcuni fan potrebbero addirittura udire echi di “Space Dementia”, riassemblati dentro un rock elettronico incessante e arricchito dal solito grande assolo di Bellamy. O in “Blockades”, che sembra una b-side di “The Resistance” e dove Dominic Howard traccia uno schema ritmico già più volte gradito in numerose parentesi. Eppure, ascoltando questi pezzi c’è qualcosa che mai ci farebbe scambiare ciò che era ieri con l’oggi, una constatazione che molto probabilmente è la vera radice dell’evoluzione dei Muse: la voce di Bellamy non può più toccare le impressionanti corde di una volta, sebbene resti eccezionale. Almeno non con la stessa frequenza. A questo punto è bene discostarci da quello che erano i Muse, e capire quello che sono ora. 
 
Ecco, è davvero un compito difficile, che forse tutto sommato volevamo rimandare. "Simulation Theory" appare come un album più sfocato rispetto ai precedenti, persino agli ultimi due. Un disco molto frammentato dove probabilmente non si è riuscito nemmeno a proporre sino in fondo l’esperimento all’insegna della Retro-wave. Lo stesso Bellamy ha sottolineato come nell’epoca delle Playlist di Spotify e del dominio dei singoli, questo sarebbe stato un album di compromesso composto di episodi singoli. Eppure, il disco indovina proprio quando persegue l’utopia degli ’80: “Algorithm” è un buon incipit fantascientifico, perfetto per aprire le scalette del prossimo tour, che richiama in maniera quasi inevocabile il sound dei Daft Punk per la colonna sonora di Tron Legacy. E tutto sommato, anche “Dig Down” (uscita oltre un anno fa) nel disco fa il suo mestiere facendosi apprezzare, risuonando come un gospel elettronico minimalista, non esemplare, ma convincente. Non si spiegano allora certe direzioni che improvvisamente ci troviamo a seguire: “Propaganda” suona come un omaggio a Prince (sulla linea della cover di “Sign o the Times” eseguita di rado dal 2012) che viene periodicamente ingoiato e poi rivomitato da percussioni elettroniche industrial. Quasi sicuramente, la versione acustica contenuta nella Deluxe Edition soddisferà di più i nostri palati. “Break it to Me” e “Something Human” consegnano "Simulation Theory" a “sviste” quasi incomprensibili. La prima suona come Beyoncé che cerca di fare Nu-Metal, la seconda, nonostante il sound retrò, si aggrappa alla struttura media di una ballad pop degli anni ‘10 del 2000, con tutto il bene e il male che ne può venire. Fate vobis. Una confusione generale che cresce difronte a “Get up and Fight”, il più grande fallimento dell’intero disco. Un brano per il quale potremmo sforzarci all’infinito nella ricerca di aggettivi che possano pienamente descriverlo, ma che si merita semplicemente un’etichetta elementare, severa ed ineluttabile: brutto. Suona meglio la semplice effervescenza di “Pressure” (peccato per quei cori nel ritornello) e tutto sommato persino “Thought Contagion”, dove un sound kitsch à la Fantasma dell’Opera prende possesso di Bellamy per oltre 3 minuti ai limiti della parodia. Per finire dove si era iniziato, “The Void” è una convincente unione dell'anima sinfonica e di quella elettronica dei Muse, a conclusione di un’esperienza che contiene troppe brutte soprese.
 
Terminato l'ascolto, ci viene spontaneo fare una terza considerazione: in “Simulation Theory” ci sono tutti gli elementi per allestire il solito travolgente tour dei Muse. Già ci immaginiamo ologrammi che si avventurano su di infinite griglie cybernetiche in un cielo viola e arancio a velocità supersoniche, con sullo sfondo grattacieli mostruosi. Immaginiamo robot, alieni e chissà quale altro mostro prendere vita negli stadi di tutto il mondo, facendoci dimenticare di tutto ciò che ci circonda… Forse anche di un disco che, nel bene e nel male, risulta quasi sicuramente come il peggiore dell’intera produzione del trio. È triste giungere a questa conclusione, specie per chi vuole bene ai tre ragazzi del Devon. Bisogna però riflettere un’altra volta a questo rigurardo: "Simulation Theory" non è un fallimento. È disordinato, meno megalomane del solito (e questa è davvero una notizia) e anche un po’ cafone. Una sala giochi alienante in cui i Muse si disfano quasi totalmente persino dell’ultimo marchio di fabbrica sinora sempre intatto, quello sinfonico, che viene relegato a due o forse tre parentesi senza mai recitare il ruolo di protagonista. Come quando da bambini venivamo inghiottiti dagli Arcade Games delle consolle da videogiochi, Bellamy e co. abbandonano qualsiasi altro “giocattolo” del passato in scatoloni da piazzare sotto al letto, non rendendosi contro che fuori sta facendo buio. E la notte è lunga, e piena di strane creature.




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