Novembre
URSA

2016, Peaceville Records
Progressive death metal

"Noi come gli altri senza direzione alcuna"
Recensione di Marco Migliorelli - Pubblicata in data: 01/04/16


 

Qualcuno dirà che dietro il silenzio si nasconde spesso un'assenza. Certo la mancanza, una cessazione improvvisa sono innegabili e vengono determinate dal desiderio, dall'istinto, che siano fame o un sentimento più complesso. Un vuoto arriva ad aver più consistenza dei contorni che riempivano lo spazio dei nostri sguardi, dei nostri ascolti, del nostro tatto.
Eppure non è sempre così. Anni trascorrono, ma abbiamo in noi quella sfuggente capacità di chiudere il tempo che passa in un riverbero di ciò che manca e farlo perdurare.
Sarà una nota, poi più note, come gocce a riempire quel vuoto, a far vibrare quel silenzio, ad espanderlo facendone un grembo, una cassa di risonanza; diremo allora che sette anni sono tanti ma non abbastanza da far esaurire il riverbero di quella nota, l'ultima, di "The Blue", che nel 2007, senza proclami, annunci, comunicati, insomma senza vane parole e pantomime dell'ego, lasciava libera al largo la nave dei Novembre. Quanto segue è  "Memoria stoica".

 

 

E c’era come un rumore di bambini
noi come gli altri senza direzione alcuna
d’un tratto quell’Autunno diventò l’Estate
uno sconquasso, caddi e persi la tua mano


Ricordate? noi come i Novembre, ci ritrovammo senza direzione alcuna; l'autunno divenne estate innumerevoli volte.
Perdemmo la loro mano? no, per quel riverbero che è la nostra memoria stoica.
Persero loro la mano danzante del comporre, del suonare? no, perchè Carmelo non ha mai smesso di scrivere musica e Massimiliano non ha mai staccato la sua mano dalla chitarra.Tutti noi però, tutti noi andammo senza direzione alcuna per il nostro tempo. Come è giusto che sia.


"URSA", album del loro ritorno, è il silenzio dietro questa lunga assenza. URSA è la mancanza che sola identifica il vuoto dell'attesa come un presagio. RSA è quel lungo riverbero che dopo oltre sette anni traduce in musica un linguaggio di note mai estinto.
Sarebbe impossibile prescindere dalla premessa del tempo trascorso, perchè se "The Blue" fu scritto in otto mesi, "URSA" è il punto di arrivo di 8 anni di vita in cui il cambiamento storico e sociale si sono intrecciati, come accade per tutti, al tempo della propria esistenza.  
La differenza c'è e si sente da subito sul piano musicale perchè nell'insieme, "URSA" è un album che rispetto al suo predecessore risulta più piano: non nasconde le sue rughe ma le distende senza alcun passaggio veramente fine a se stesso.
Proprio come la superficie del mare calmo, quella stessa che vedremo ascoltando l'incipit di "Australis", la opener del disco: una distesa piatta, senz'altro uniforme ma al contempo increspata, mobile e quieta insieme, rivelata da riverberi luminosi.
Il magma dell'intera opera, la parte viva, esposta, che ribolle sotto la superficie, è poco sotto il cuore della tracklist ed ha il nome di "Agathae". Una pezzo strumentale, fratello minore di "Marea" e maggiore di "Everasia", (dice Carmelo), che per complessità e spettro emozionale si discosta dai suoi predecessori ma non ne tradisce l'essenza.
"Agathae" è una ferita esposta, pulsante, un magma appunto al cui interno s'impastano tutte le suggestioni musicali cui i Novembre ci hanno abituato; è il canto degli occhi socchiusi e dell'ora più calda in cui il sole induce fra sonno e veglia, la capacità di attraversare il tempo in modo verticale, dallo "Zenith" di "The blue" fino al 1995, anno in cui fu scritta: non faticheremo a ritrovare "Let Me Hate", nel drumming poderoso di Folchitto, a metà brano.

 

"Non conosco Arianna. L'umano è un animale imperfetto"

 

Se è vero che "Agathae" ripercorre tutti i cieli di "URSA", non neesaurisce gli spunti e non ne può interpretare tutte le spinte, i suggerimenti e le suggestioni. Sarebbe un errore  considerare l'album come figlio nostalgico di un tempo circolare in cui la riproposizione del proprio sound è fine a se stessa e non tiene conto della propria direzione nel tempo. "URSA" è un album che marcia in avanti.

 

Il titolo, in primis, “Union des Républiques Socialistes Animales”, annuncia una rilettura parzialmente in chiave animalista del celebre romanzo distopico di Orwell "La Fattoria degli animali". Un tema approfondito in sede di intervista e molto caro  a Carmelo Orlando sebbene sia lui stesso a sottolineare come i suoi testi, unitamente alla musica, non vogliano togliere respiro all'ascolto individuale e ricondurre il discorso musicale nella gabbia di una visione ristretta che imporrebbe piuttosto che suggerire, un cammino personale. 
La scelta di "Umana" come primo singolo dopo tanti anni non è casuale ma pare dettata da ragioni profonde. Il brano è piano e luminoso ma non esclude un'inquietudine che attraversa tutto il disco e che pur nella familiare dolcezza di flutti e nenie, ne costituisce un tratto saliente. Il discorso è infatti molto più ampio:

“The crisis - is a crisis in consciousness, a crisis that cannot any more accept the old norms. Man is still, as he was, brutal, violent, aggressive, competitive, and he has built a society along these lines” Jiddu Krishnamurti 1966



Così la voce nella chiusura del brano. Dunque la musica resta il nostro filo di Arianna e la stessa voce di Carmelo, quella di sempre, ancora capace di alternare alla rabbia del death metal, che affiora repentina come uno scirocco, caldo ed ambiguo, la dolcezza carezzevole della nenia, il canto della veglia, quasi fosse il sussurro stesso del tempo. Resta integra, nel sound  dei Novembre, la capacità di farci "immaginare" le loro canzoni: avremo allora brani il cui titolo è già il volto di questa antica promessa, "Oceans Of Afternoons" e "Annoluce", su tutti, spezzano e rallentano con forza l'urgenza melodica e inquieta degli altri brani del lotto: la prima rinuncia ad ogni asperità sonora ed immergendo ogni strumento nel torpore di un ritmo sognato, ancor prima che suonato. La seconda riprende invece andature più sostenute ma senza alcuna vera inquietudine e quindi condiscendente, senziente verso la chiusura di tastiere, unico ponte praticabile verso "Agathae". La vera domanda è dove conduca questo filo. La risposta è: "non dove ci saremmo aspettati di arrivare". Il Minotauro, ciò che per separazione ascriviamo alla sfera animale e "per degenerazione", al bestiale, è in realtà l'umano stesso, che divora tutto, anche se stesso. Avviene allora un capovolgimento in cui è l'animale ora, lo scrigno di quella tensione utopica che, considerando l'origine letteraria dell'ispirazione, caratterizza un brano significativo come "Bremen": ispirato alla fiaba dei Fratelli Grimm "I musicanti di Brema" (in cui 4 animali sfuggono ad un destino di morte riscoprendosi musicanti e quindi conquistandosi la possibilità di vivere una vita "umana"), il pezzo esplode la sua tensione nel blastbeat finale, incrinando in modo suggestivo i i complessi toni melodici e narrativi che lo hanno contraddistinto per quasi tutta la sua durata. Un arpeggio ben presto travolto dalla batteria di  Folchitto ne fa quasi un finale nel finale.

Cosa c'è di nuovo allora?

La domanda è oziosa e prevedibile. La risposta è semplice: nulla, in senso stretto.
Tutto, o quasi tutto, se torniamo a pensare la musica in quei riverberi che l'hanno portata a noi, nota dopo nota, per tanti anni. Che sia la liturgia piana e solitaria della chitarra al terzo minuto di "Easter", o il gocciare del pianoforte che la precede, al secondo minuto; o ancora uno qualunque dei cambi di tempo e voce nella bellissima titletrack, la musica dei Novembre nel 2016 è come un acquerello mobile, il cui movimento coincide con ogni possibile guizzo dell'occhio. Questo movimento continuo, lento e fitto risiede nel drumming caldo e preciso di Folchitto, così come nel ricco, generoso lavoro di chitarre, là dove composizione ed esecuzione sono quanto di più luminoso può la musica tributare all'amicizia, nel corso di tanti anni: la nota pensata, sofferta, amata e quella suonata coincidono. Vero, dire "album della maturità" è una "cazzata" (cit. Carmelo), se è vero anche che per "maturità" non intendiamo un punto di arrivo ma il modo in cui un artista riesce a dialogare con le proprie tensioni, suggestioni, spinte fino a tenderle in una qualche forma. Fino ad equilibrarsi. 
Qui allora diamo un senso alla domanda oziosa e prevedibile: Equilibrio. Un equilibrio che si rinnova: URSA distende, ma non cancella le proprie rughe. Diversamente non potremmo leggerne il tracciato, toccarne la sostanza. 
Lo ha capito Dan Swano, in grado di adattarsi a questa superficie piana e mobile che è poi il modo in cui, onda su onda, i passaggi di ogni brano dei Novembre si riprendono, l'uno sull'altro, fino a intensificarsi nella forma canzone: "Australis", fin dall'inizio, non è già questo? 
Se ne è accorto Pagliuso, che è tornato a suonare note nate senza di lui ma che non lo hanno mai abbandonato. Ce ne accorgeremo noi, con pazienza e passione, equilibrandoci ascolto dopo ascolto, ma pur sempre inermi, incapaci di scindere Bellezza e Inquietudine.

Bentornati.





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