Fleshgod Apocalypse
Veleno

2019, Nuclear Blast
Death Metal Sinfonico

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 22/05/19

I 10 anni che separano l’album di debutto “Oracles” da “Veleno”, il più recente parto musicale dei Fleshgod Apocalypse, possono essere visti come una progressione continua, una crescita sia qualitativa che stilistica della band: nessun passo falso, nessun ristagno creativo, solo sperimentazione e brillante inventiva. Il penultimo album in carriera, quel “King” apprezzato quasi unanimemente da pubblico e critica, ci aveva mostrato la band umbra in grandissima forma. L’unica critica che si poteva muovere a quell’album era di essere, forse, un po’ troppo sbilanciato verso il versante sinfonico, ma la maestria con cui era stato confezionato aveva dato vita in ogni caso ad un disco di ottima fattura. Con “Veleno” la band riesce invece a trovare il giusto rapporto tra le roboanti orchestrazioni sinfoniche e la violenza del death metal. Anche sotto l’aspetto di scrittura dei brani, sembra che ogni singolo strumento, ogni singola nota siano stati studiati e sfruttati nel migliore dei modi: nulla viene lasciato al caso, non vi è spazio per improvvisazioni e la musica dei Fleshgod Apocalypse ne guadagna in qualità.

L’uscita dal gruppo di Cristiano Trionfera e di Tommaso Riccardi – rispettivamente cantante principale/chitarrista e chitarrista/voce – non ha causato alcun danno a livello compositivo, visto che fin dagli esordi la mente creativa dietro la musica del combo umbro è sempre stata quella di Francesco Paoli: lo stile inconfondibile dei Fleshgod Apocalypse continua ad essere presente anche in questo quinto album. Sotto l’aspetto concettuale, “Veleno” è nuovamente un concept album, seppur, a differenza del precedente, non racconti una storia unitaria ma prenda l’avvio dall’idea di veleno e la declini nelle differenti variazioni. Nonostante questo i singoli brani, seppur vivendo ognuno come entità autonoma, danno vita ad una tracklist ben strutturata e pensata come organismo unitario. Il lavoro svolto in fase di mixaggio riesce a rendere l’album estremamente rifinito e magnificamente incisivo: la componente death si ritaglia lo spazio che merita, con le chitarre che risultano taglienti e violente quanto basta, mentre l’aspetto più sinfonico, viene ridimensionato ma non accantonato. Da questo punto di vista, si guarda al passato – “Oracles” e “Agony”, imprescindibili capolavori della band – ma si prosegue il discorso intrapreso in anni più recenti.

I tre brani di apertura fanno capire immediatamente la volontà di Paoli e soci di puntare, più di quanto fatto nel passato più recente, su violenza e pesantezza: “Fury” con i suoi cambi di tempo, i riff potenti, ma anche i barocchismi e l’epicità; “Carnivorous Lamb” con un inizio molto spiazzante tra power e folk metal, dove si segnala la presenza in qualità di ospite di Maurizio Cardullo (Folkstone), che lascia poi spazio a blast beat distruttivi; e infine “Sugar”, brano ampiamente conosciuto visto che è stato il primo singolo estratto dall’album, perfetto connubio di elementi death e sinfonici. Un inizio travolgente, terremotante e che non lascia affatto indifferenti. Le successive “The Praying Mantis’ Strategy” e “Monnalisa” cambiano leggermente il tiro ma non perdono di lucidità e creatività: sorvolando sulla prima delle due, che risulta essere un’intro alla successiva, è “Monnalisa” il brano che ci riporta verso la magniloquenza operistica, con le tastiere di Francesco Ferrini che guardano sì ai Dimmu Borgir o ai Cradle Of Filth ma li superano ampiamente in qualità e riuscita, con i gorgheggi di Veronica Bordacchini, sempre estremamente incisiva nei pochi – purtroppo, visto che meriterebbe maggiore spazio - brani in cui compare, con quell’assolo heavy che ci mostra ancora una volta la voglia di contaminarsi dei Fleshgod Apocalypse. Con “Worship And Forget” torniamo alla violenza dei tre brani iniziali ma è con “Absinthe” che la verve creativa del combo umbro dà sfogo a tutti i vezzi e le voglie: prog e black metal, le clean vocals di Paolo Rossi, convulse, che si sposano perfettamente con l’andamento irrequieto del brano. “Pissing On The Score” è ancora una volta la prova di quanto si sia voluti concentrare sui riff e sulla violenza del death per questa nuova fatica in studio della band: la gentilezza neoclassica dell’intro di pianoforte lascia poi lo spazio alla pesantezza e alla cattiveria delle chitarre. Si parlava prima di quanto fosse importante il contributo di Veronica Bordacchini all’interno dello stile dei Fleshgod Apocalypse. “The Day We’ll Be Gone” è la traccia dove rifulge maggiormente: brano lento, malinconico, teatrale e cinematografico, perfetto per ritagliarsi lo spazio più che meritato. Il duetto con Francesco Paoli, seppur giocato su due stili di canto ben poco conciliabili, riesce alla perfezione e crea un’atmosfera sognante. Anche “Embrace The Oblivion” è capace di raggiungere picchi qualitativi molto alti: nuovamente la velocità è contenuta e si lascia spazio alla componente più barocca e sinfonica, ma i riff taglienti richiamano i migliori Nile o At The Gates. C’è spazio per tutto e per tutti in questo epico viaggio che riassume alla perfezione il gusto musicale della band. La chiusura è lasciata alla outro strumentale “Veleno”, poco meno di tre minuti dove Francesco Ferrini mette in mostra tutta la propria bravura al pianoforte.

Nonostante i momenti non tanto rosei degli ultimi anni, tra abbandoni importanti e furti della strumentazione, i Fleshgod Apocalypse appaiono in grandissima forma. Sembrano talmente carichi e vogliosi di dare il meglio di sé che “Veleno” potrebbe essere considerato il miglior album della loro carriera. Sicuramente è quello meglio equilibrato, visto che i dischi più recenti erano sbilanciati verso un estremo o l’altro della loro proposta musicale. Con “Veleno” invece trovano la quadratura del cerchio, grazie anche a tanti piccoli particolari di cui si è parlato nel corso di questa recensione ma soprattutto per la molta cura prestata in fase di scrittura, di registrazione e di mixaggio. Per molte band che ristagnano o che non osano, fa piacere ogni tanto vederne una che continua a crescere e a sviluppare un proprio sound.



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