Battle Beast
Unholy Savior

2015, Nuclear Blast
Heavy Metal

Recensione di Stefano Torretta - Pubblicata in data: 09/01/15

Tra i gruppi emergenti più interessanti degli ultimi anni in ambito heavy metal possono essere annoverati senza dubbio i finlandesi Battle Beast. Giunte al terzo capitolo della loro carriera, il secondo con la cantante Noora Louhimo, le sei Bestie da Battaglia proseguono quanto già mostrato nel precedente album omonimo (“Battle Beast”, 2013), ma ampliando ulteriormente gli orizzonti musicali ed allontanandosi sempre più dal debutto “Steel” del 2011. Questo voler sperimentare ed esplorare quanto più possibile le proprie influenze è decisamente un’arma a doppio taglio per la band, in quanto rischia così di perdere lo zoccolo duro di fan guadagnato con i precedenti lavori (seppur la prospettiva di conquistarne molti di più diversificando quanto più possibile la propria proposta musicale potrebbe anche far sembrare questa possibilità alquanto accettabile) e di perdere la propria identità disperdendosi all’interno di un mare magnum di influenze.

Fortunatamente vi sono molte note positive in questo “Unholy Savior”. Innanzitutto il trittico di canzoni d’apertura, che mantiene inalterata la carica dirompente e guerriera delle Bestie. Ancor più, la Louhimo, vera Dr. Jakyll e Miss Hyde per la capacità di cambiare il proprio registro vocale, qui dà sfogo a tutta la propria energia di Valchiria, riuscendo a superare di gran lunga quanto fatto sull’album precedente in quanto a cattiveria, sfoderando un’ugola che sembra appena stata trattata con la carta vetrata. Anche Anton Kabanen, chitarra e mente creatrice della band, non è da meno, lasciandosi andare in “I Want The World… And Everything In It” ai suoi consueti acuti a metà strada tra Udo Dirkschneider e Rob Halford dei tempi migliori. Peccato che, rispetto alla precedente uscita della band, sul disco attuale compaia in veste di supporto vocale in modo estremamente limitato, dedicandosi per la maggior parte del tempo agli assoli elaborati che infarciscono quasi ogni singola composizione. “Madness” fa tornare la band verso gli esordi power metal di “Steel”, e si conferma nuovamente come un ottimo brano dove fa bella mostra di sé un assolo di chitarra estremamente ispirato. Con “Sea Of Dreams”, la direzione dell’album fin qui seguita cambia completamente corso e le Bestie si spogliano della carica guerrigliera che le contraddistingue e si dedicano ad un brano etereo dove la Louhimo può mettere in mostra il lato più delicato della propria voce, sebbene la canzone prenda una piega decisamente più energica nell’ultima parte. “Speed And Danger” cambia nuovamente l’orizzonte della musica, mostrando riff thrash che sembrano uscire dal “Kill 'Em All” dei Metallica. E citare i Metallica degli anni ’80 ha una sua ragione, non solo stilistica ma anche concettuale, quando si va ad ascoltare la successiva “Touch In The Night”, intrisa di quello spirito tipico di quel decennio, legato però ad un altro genere, ovvero il synth pop che sembra piacere tanto a Kabanen, visto che anche “Into The Heart Of Danger” del precedente album suonava in diversi punti come “Eyes Of The Tiger” dei Survivor. “The Black Swordsman” è un piacevole diversivo tutto giocato su chitarra acustica ed un buon palco per mettere in mostra la bravura della Louhimo. “Hero’s Quest” vira verso i lidi delle colonne sonore epiche per film fantasy. “Far Far Away”, introdotta da un riff di chitarra preso in prestito da “2 Minutes to Midnight”degli Iron Maiden, è nuovamente un ritorno allo stile di “Steel”, e per questo non delude affatto le aspettative dei fan. La chiusura dell’album viene lasciata alla delicata “Angel Cry”, che, seguendo quasi di pari passo la costruzione della precedente “Sea Of Dreams”, fa storcere un po’ il naso per la poca fantasia.

“Unholy Savior” riconferma i Battle Beast quale band da tenere d’occhio, ma nello stesso tempo delude perché doveva essere l’album della consacrazione ed invece risulta ancora un momento di transizione. Ma non è affatto da buttare via, ed anche se disperde le proprie energie in differenti direzioni, si fa godere appieno. La crescita di Noora Louhimo all’interno della band è innegabile e già rispetto al precedente “Battle Beast” la sua voce viene sfruttata meglio e la speranza è che in futuro si continui in questa direzione. I molti buoni spunti che emergono, anche se non in modo uniforme, dalle undici tracce presenti promuovono a pieni voti l’album, ma una maggiore uniformità stilistica avrebbe giovato ulteriormente. Per ora va anche bene accontentarsi, ma i Battle Beast, per fare il vero salto di qualità, devono necessariamente acquisire una ben precisa identità.




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