Motörhead
Bastards

1992, ZYX Records
Hard & Heavy

Recensione di Luca Ciuti - Pubblicata in data: 19/08/14

Da un guppo come i Motorhead sappiamo sempre cosa aspettarci; storicamente poco propensi a spostare le coordinate del proprio sound, Lemmy e soci riescono quasi sempre a dare un tocco di fascino e particolarità ad ogni capitolo della loro storia. Si ripresentano alla grande negli anni ‘90 con un lavoro come “1916”, dimostrando che con l’età e gli innesti giusti è possibile dare al songwriting un certo spessore;  lo fanno di nuovo, a distanza di due anni, con “Bastards”, un disco oscuro e rabbioso che segue l’altalenante “March Or Die”, tentativo andato a vuoto di consolidare il pubblico delle nuove generazioni.

Ultima release con la formazione a quattro elementi, con “Bastards” i Motorhead tornano fare la voce grossa grazie ad un’attitudine decisamente “straight”: l’ etichetta non è più la EMI, bensì l’ indipendente ZYX, e già dal titolo (autobiografico, a detta dei diretti interessati) si capisce che Lemmy non ha alcuna intenzione di andare in pensione. Come il capo di una gang dei bassifondi, sputa fuori testi al veleno che si distaccano dai clichè e affrontano temi come rabbia, guerra, rivolte civili (quella di Los Angeles, dove Lemmy si è trasferito in quegli anni, è storia di quei giorni). Si susseguono senza respiro sfrenati rock n’roll sanguigni e abrasivi, come l’opener  “On Your Feet, On Your Knees”, la feroce e oscura “Burner” (per la quale fu girato anche un video rarissimo…buona caccia su YouTube!), la marziale “Death Or Glory”. I ritmi si assestano in parte con “Born To Raise Hell”, spassoso boogie rock inserito nella colonna sonora del film “Airheads”, dal chorus irresistibilmente caciarone. Sulla falsariga della title track di “1916” e di “I Ain’t No Nice Guy” da “March Or Die”, Lemmy rompe gli schemi motorheadiani con un’altra ballad, la toccante “Don’t Let Daddy Kiss Me” che affronta il tema dell’incesto. L’altra metà del disco riparte con il rock n’roll di “Bad Woman” e i consueti temi cari alla musica del diavolo, seguito da solidi midtempo come “Liar”, “Lost In The Ozone” e “We Bring The Shake”.

I vibranti accordi della conclusiva “Devils” chiudono il capitolo forse più eccitante prodotto nei Nineties dal combo britannico. Per motivi legati alla distribuzione, il disco non ebbe il riscontro commerciale sperato. Un motivo in più per rendere giustizia a un lavoro archiviato troppo in fretta come uno dei tanti nella sterminata discografia di Lemmy e soci.





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