Blaze Bayley
Promise And Terror

2010, Blaze Bayley Recording
Heavy Metal

Dal grande dolore per la scomparsa della moglie, alla reazione: è tornato Blaze
Recensione di Andrea Mariano - Pubblicata in data: 08/03/10

Certe volte la vita è davvero strana, si potrebbe definirla genuinamente sadica in alcuni frangenti; ti offre un’occasione che cogli al volo, poi fa di tutto per metterti i bastoni tra le ruote. Decidi quindi di rialzarti e di ricostruire ciò che si è rovinato con la caduta lentamente ma con progressivo successo, e nonostante questo, in un modo o nell'altro c’è sempre qualcosa che va storto. Questa, grossomodo, è stata ed è la carriera di Blaze Bayley. Entrato negli Iron Maiden giusto il tempo per pubblicare due album (l’oscuro “X Factor” e il mediocre “Virtual XI”) ed una raccolta (“Best Of The Beast”), paradossalmente la sua cacciata dalla metal-band inglese gli ha permesso di riguadagnarsi stima e rispetto nell’ambiente metal pubblicando lavori onesti e pregevoli, e questo nuovo "Promise And Terror" prosegue l'evoluzione qualitativa. È bene precisare sin da ora, tuttavia, che questo non è un album dal facile ascolto, o meglio, è inizialmente fuorviante, e capirete ben presto perché.


Il disco parte piuttosto bene con “Watching The Night Sky”, canzone tirata, rabbiosa, dalle chitarre taglienti e da un cantato che ha i suoi migliori momenti nel ritornello, e può permettersi anche un breve coro vagamente Maiden-style, ideale in sede live, ma che su disco non ha un tiro rilevante. La successiva “Madness And Sorrows” è una ben concepita ma canonica canzone metal, veloce dall’inizio alla fine, senza un attimo di tregua, mentre “1633” è la prima vera perla che s’incontra nell’album, dove cambi di ritmo, stop brevi ed improvvisi, una evocativa parte finale e complessivamente un gran lavoro di tutto il gruppo rivestono la canzone di un’epicità davvero sorprendente ed appagante per l’udito dell’ascoltatore. Segue “God Of Speed”, discreta e ben suonata, che tuttavia mi continua a lasciare il dubbio di aver già sentito tutto ciò da qualche altra parte, cosa cha che invece in parte evita “City Of Bones”, riscattata da una seconda parte ben più coinvolgente; vi sono infine “Faceless”, altra tipica metal-song senza particolare appeal (pare uno scarto di Timo Tolkki), e l’evocativa “Time To Dare” che ha il compito di chiudere simbolicamente la prima parte del disco. Perché “Promise And Terror” per esser compreso ed apprezzato al meglio deve subire necessariamente questa divisione. Ed ecco presto spiegato il motivo.


Gli ultimi quattro brani formano in realtà un’unica canzone, una specie di suite metal che ha per incipit la commovente e melanconica (parzialmente acustica) “Surronded By Darkness”, la quale d’improvviso esplode in una atmosfera oscura creata dal ritorno delle chitarre elettriche e dai pesanti e cadenzati colpi di batteria. Tutta la suite, perché di suite vera e propria alla fine si tratta, è un vero e proprio urlo liberatorio di rabbia e disperazione velati da una globale melanconia che, davvero, non ha un attimo di incertezza, non ha nulla fuori posto: tutto è perfetto nella sua cupezza.


Momenti serrati, relativa calma, possenti ritmi cadenzati trovano la loro atmosfera ideale in questa seconda parte del disco, ove Blaze emoziona e trasmette la sua sofferenza e la sua rabbia con la sua voce cupa ma possente, non di certo in grado di sfoggiare acuti strabilianti ma altresì melodie vocali incredibilmente evocative (ennesima dimostrazione del fatto che per essere ottimi interpreti non è necessaria una voce che raggiunga vette inumane). È un continuo grido di dolore e rabbia, quello di Blaze, che tuttavia non cede alla rassegnazione, non si lascia sopraffare, anzi sublima il dolore stesso mediante quel che gli riesce meglio: scrivere e cantare le proprie opere.


La generale oscurità e cupezza dell’album, che raggiungono l’apice proprio nella grandiosa suite finale, sono certamente dettati dall’influenza ancora presente che il terribile dramma che colpì il cantante inglese un paio d’anni fa (sua moglie morì a causa di un’ischemia), e forse proprio la composizione di brani è la terapia migliore che il buon Blaze possa adottare.
Ed è un’ottima cosa per lui, che in questo modo può dar sfogo ai suoi pensieri ed emozioni, e per noi, che possiamo godere di un’opera simile, minata si da alcuni momenti non particolarmente ispirati, ma che di fronte a cotanta grandezza finale vengono assolutamente riposti in secondo piano. Grande Blaze, ottimo lavoro, a (ennesima) dimostrazione che non sei soltanto lo scomodo “ex” degli Iron Maiden.





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