Incredible String Band
The Hangman's Beautiful Daughter

1968, Elektra
Folk Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 11/03/10

Persi nei labirinti boscosi del “Sogno di una Notte di Mezza Estate”, Robin Williamson e Mike Heron si aggirano con l’espressione stupita dei bambini che per la prima volta si avvicinano alla Natura. I due bardi scozzesi, simpatici giullari medioevali, cuore e anima della Incredible String Band, si gettano a capofitto nelle fantasie tortuose di un partecipato paganesimo freak.
L’anno è il 1968, i fuochi artificiali delle estati allucinogene hanno lasciato il posto alla guerriglia urbana, e presto subentrerà un rassegnato disincanto. La Incredible String Band si rifugia così in un passato favolistico da trovatori vagabondi; disimpegnato, innocuo ma veramente appassionato e puro. Al folk albionico di Pentangle e Fairport Convention si unisce una pletora di strumenti etnici come flauto di pan, gimbri, sitar, chachanai e tabla, che arricchiscono l’ispirazione celtica con sapori orientali e scale arabeggianti. C’è qualcosa dei mitici Kaleidoscope di San Francisco, ci sono voci trasognate alla Donovan, l’ispirazione lisergica di Barret e un po’ dei brani più eterei dei primissimi Spirit (“Girl in Your Eye”, “Water Woman”); tutto unito ad un’allegria e una leggerezza da girotondo nella radura di un bosco. Robert Plant sosteneva in tempi non sospetti che la ISB fu tra le sue maggiori ispirazioni; peccato che i Led Zeppelin fossero il gruppo di Page.

Williamson ed Heron si dividono l’album, ognuno cantando nei suoi pezzi e interagendo con il collega nel modo più costruttivo possibile: esoterico, magico, intriso di ritualità soffice Williamson; ironico, clownesco, cabarettistico Heron. In comune hanno una costruzione musicale mirabilmente tortuosa, che rinuncia a strofa, ritornello, percussioni ed elettricità in favore di canzoni libere ed imprevedibili, in bilico perenne e in costante movimento come i piatti in cima ai bastoni di giocolieri cinesi. Sarebbe troppo facile catalogarlo come un album di “folk progressivo” , il bello del lavoro è che si scrolla di dosso tutto l’intellettualismo e il distacco del “Prog” più cerebrale. A ben vedere è una musica che c’entra con il rock quanto l’alchimia con la chimica; i presupposti sono simili ma il procedimento diverso. Produce tra gli altri Joe Boyd, già dietro la consolle nei precedenti dischi del gruppo, oltre che con Nick Drake e Fairport Convention. Le foto di copertina ritraggono una colorata brigata in stile popolo di Sherwood, con Williamson ed Heron a vestire idealmente i panni di Frate Tuck e del menestrello Alan-a-Dale. Il lavoro è nelle intenzioni un’ode alla rinascita e ad una nuova stagione di libertà che segue alla violenza e alla repressione (“la Bella Figlia del Boia”, per l’appunto).

Il lato A è aperto da un trittico di Williamson. “Koeeoaddi There” è il lied d’apertura per voce e sitar, dolce ed affabulatorio, intriso d’un atmosfera da avvento invernale e risplendente nella formula magica del ritornello: Earth water fire and air / met together in a garden fair / put in a basket bound with skin / if you answer this riddle / you'll never begin.
“Minotaur song” è un’aria da “singspiel” per basso buffo, con contrappunto di coro, che Williamson interpreta con un teutonico accento marziale. Il testo è spassoso come pochi (I can't dream well because of my horns). “Witches Hat” chiude il trittico appoggiandosi finalmente ad un ritornello ben costruito e al solito universo fatato.
E’ il momento di Heron, che irrompe sula scena con il pezzo che è un po’il cuore dell’album: i 13 minuti di “Very Cellular Song”, una parata circense da compagnia di strada che recita a soggetto. La canzone è un collage di brevi “atti unici”, sostenuti da un suono variegato e sempre minimo: un battito di mani, un’armonia a due voci, un organetto a manovella. L’inizio è una ninna nanna con le visioni bibliche eppure scherzose di un “traditional” - “Bid You Goodnight”- ripreso anche dai Grateful Dead. Il secondo atto è accompagnato da dulcimer, tabla, flauti e kazoo, risolvendosi in una filastrocca in rima. "Nebulous Nearnesses" è un "entracte" che sa di mediorientale, poi ritornano la filastrocca e il kazoo con "Who Would Mouse and Who Would Lion". Segue un sussurro notturno accompagnato in lontananza solo dall’ organo, prima della ripetizione del tema precedente. Chiude uno spensierato saluto al sole, in lentissimo fade-out, come se il tempo si fosse fermato al 1966. Un pezzo straordinario e caleidoscopico, sempre in bilico e sul punto di collassare, ma condotto con simpatica e affabile bonarietà dal suo autore.
Heron apre anche il lato B con la scalcagnata “Mercy i Cry City”, con flauti che scappano da tutte le parti e frasi per armonica casuale. In “Waltz Of The New Moon” Williamson celebra la sua serenata alla luna, in un pezzo che ricorda a tratti il primo LP di Nick Drake (senza la depressione cronica) e a tratti il canto dilatato di Tim Buckley (idem, senza la depressione cronica). La linea è quella dei vocalizzi da castrato rossiniano di “Koeeaddi There”, rivisti in una luce lunare e vagamente inquietante. La fluida e pastorale “The Water Song” precede “Three is a Green Crown”: un lunghissimo raga che dispiega tutta la risonanza delle chitarre acustiche e dei sitar suonati da Heron, mentre Williamson evoca il solito incantesimo erboristico con struggenti stonature: “Lemons, frankinscence, and myrhh / For all that is moving is moved by her hands”; pezzo ipnotico ad altissimo contenuto di THC e premonitore delle cavalcate acustiche degli Amon Duul I di “ParaDieswärts Düül”. “Swift As The Wind” è il lamento del bardo solitario che scaccia gli incubi dalle menti dei bambini (“There is no land / The night is all around my child / You must stop imagining all this”); chiude “Nightfall”, ultima liquida evocazione di Williamson ormai affogato dallo stridio dei sitar, qui finalmente impegnati in una linea melodica coerente; molto belle alcune immagini del testo (“Oh sleep o come to me you who are night's daughter”).

Un album tutto acustico ma quanto mai vario nel timbro e nel colore dei tanti strumenti usati; un lavoro con un “non so che” di femmineo, di materno, sarà per la creatività e la fantasia sfrontata. L’album ebbe un ottimo successo (n° 5 in UK!) e confermò la ISB come una delle “famiglie alternative” più importanti in Europa, aprendo la strada ai Gong di Daevid Allen. Consigliato a tutti, meno che ai punk irriducibili e ai cinici convinti fans di Dott. House. Non è un ascolto facile. Però ha il pregio di migliorare con il tempo, serve pazienza. Gli si può criticare un certo disimpegno sociale, la totale rinuncia alla comunità urbana e terrena in favore di fantasie troppo infantili, a tratti anche un eccessivo decorativismo dell’impiego di strumenti apparentemente improbabili.
Eppure trovare la strada per credere nelle favole, anche per il breve tempo di un 33 giri, è un sollievo di cui ogni tanto c’è bisogno.




01. Koeeoaddi There
02. The Minotaur's Song     
03. Witches Hat     
04. A Very Cellular Song     
05. Mercy I Cry City     
06. Waltz of the New Moon
07. The Water Song     
08. Three Is a Green Crown     
09. Swift as the Wind     
10. Nightfall     

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