The Who
Sings My generation

1965, Brunswick
Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 16/02/10

Ultimi vennero gli Who.
Quando esordirono in Inghilterra nel 1965, Beatles e Stones erano già star internazionali e non pareva esserci posto per una terza divinità nel pantheon della musica leggera. Gli Who se lo conquistarono con la forza. Del resto anche alla fine degli anni ’40 pareva impossibile che un ciclista potesse trovare spazio tra Coppi e Bartali; poi Fiorenzo Magni vinse il Giro d’Italia e tre Giri delle Fiandre di fila. Non male.
Gli Who misero la testa fuori dal gruppo “solo” nel 1965 perché la loro fu una gestazione difficile: un complesso quadrangolare composto da differenti interessi musicali e caratteri opposti. Che quando prendevano fuoco diventavano inimitabili. Dopo labirintiche peripezie nel sottobosco, cambi di formazione e di etichetta, a metà del 1964 si ritrovano parte del gruppo: Pete Townsend, chitarrista, compositore, leader con occhi iniettati di rabbiosa determinazione; Roger Daltrey, biondo cherubino ex-lattoniere e trombonista riconvertito voce solista; John Entwhistle corvino bassista che diverrà il musicista più silenzioso e immobile di sempre (spuntandola, non di molto, sul collega Bill Wyman in forza agli Stones); poi Keith Moon, appena diciottenne, batterista ipercinetico, animalesco, estremo, in bilico perenne tra genio musicale e Sindrome di Tourette:  grandissimo personaggio del Rock d’annata. Assieme a Entwhistle formerà una delle sezioni ritmiche più improbabili e strepitose di sempre.
Questi quattro pittoreschi musicisti trovarono un solido inquadramento nella cultura Mod dell’epoca di cui si erano fatti alfieri i sobborghi londinesi di Stepney e Shepherd's Bush, patria del gruppo. Scooters italiani, look raffinato, pantaloni stretti , vita cittadina, jazz, soul e Rn’B nel sangue: gli Who sono il primo complesso  inglese a sposare apertamente una causa sociale. Ne nasce una concezione di musica fatta per la collettività, intrisa di una potenza e di una spaziosità “anthemica”, perennemente tesa alla ricerca di un inno, di un manifesto, di uno slogan che potesse rappresentare la generazione che l’aveva prodotta. Così “moderni” così all’avanguardia, gli Who  non trovano le loro radici nel vecchio blues di Robert Johnson né nel classico rock n’ roll di Chuck Berry, piuttosto nella carica ritmica tanto di James Brown quanto dell’ Eddie Cochran di “Summertime Blues”, sincopata ribellione giovanile destinata a mille cover; senza dimenticare un tocco della magniloquenza del Dylan più “contro”, tradotto e parafrasato per i ragazzi dell’enorme interland londinese. In termini spiccioli però, il maggiore riferimento musicale furono Johnny Kidd and the Pirates, perenne seconda linea del Beat anglosassone, già titolari di Shakin’ all over, futuro cavallo di battaglia di Townsend & Co.

L’esordio su 45 giri è del gennaio 1965: I Can’t Explain fu un buon successo in Inghilterra, ma il vero boom arrivò quello stesso autunno con il singolo “My Generation” e l’album "Sings My Generation", entrambi distribuiti dalla Brunswick. Un LP in controtendenza, con pochissime e trascurabili covers, dominato dal songwriting di Townsend e dal suo tremendo talento ritmico nel sommare accordi su accordi in un muro chitarristico granitico sempre teso e nervoso. Oltre a qualche pezzo ancora comprensibilmente acerbo, nell’album ci sono almeno due capolavori (“My Generation”, “The Kids Are Alright”), un sacco di parti corali maestose e assai contagiose (“Much Too Much”, “It’s Not True”) e uno strumentale devastante, “The Ox”. Daltrey canta con la schiettezza di uno che ti guarda sempre dritto in faccia e la sua voce mantiene lo stessa lucentezza dei suoi occhioni azzurri;  Entwhistle è un virtuoso funkeggiante, eppure il vero genio e propulsore musicale è Moon: batterista anticonvenzionale e indisciplinato, riesce costantemente a sfornare soluzioni ritmiche imprevedibili e originali, esattamente sulla sponda opposta dell’ impassibile – e ugualmente straordinario - Charlie Watts. Dalla batteria di Moon esce tutto il vigore e la sfacciataggine di un gruppo che suona in modo esplicito, sotto la luce del sole, rinunciando ai chiaroscuri di Stones o Pretty Things, rivendicando anzi la propria totale “Britannicità” fin dalle foto di copertina.
“My Generation” è un brano cardine del disco, della carriera del gruppo e di tutta la British Invasion. Cadenzato da riff spezzati e martellanti, dal galoppo del basso di Entwhistle, da ritmiche interrotte e dal balbettante e sfacciato canto di Daltrey, rivendica di diritto il ruolo di prototipo di “inno generazionale”: chiassoso, elettrico, generato da quell’esigenza di riscatto che sfocia in cruda ironia (People try to put us down Just because we get around). Non più esortazione alla ribellione, piuttosto una riflessione sulla ribellione stessa; la canzone vanta numerose reincarnazioni negli ultimi 40 anni, da London Burning, a Smell like teen spirit, fino agli sproloqui suburbani di Rage Against the Machine e Limp Bizkit (ancora una “My Generation”): tutti manifesti della propria epoca. Senza scordare un riferimento a quell’aspirazione autodistruttiva (I hope I die before I get old) sempre più prominente nel mondo del rock e che non avrebbe mancato di abbattersi sugli Who stessi. “The Kids Are Alright” è l’altro pezzo forte, una canzone di solare hard-pop, piccolo inno Mod all’amicizia e all’unione dei “kids”. Intensa anche “The Good’s Gone”, brano sull’amore sbagliato ("Once we used to get along Now, each time we kiss, it's wrong") interpretato da Daltrey con un cupo registro baritonale. “It’s Not True” vanta il refrain più facile e orecchiabile del disco, pur con un testo non banale sulla differenza tra verità e preconcetto, sempre nell’ottica della “nuova generazione”. Musicalmente la cavalcata strumentale The Ox è spiazzante: uno scontro titanico tra i power-chords ossessivi di Townsend e la batteria delirante di Moon, nel mezzo di progressioni che sembrano la versione wagneriana del surf da spiaggia dei Surfaris; ospite di lusso il piano di Nicky Hopkins. In realtà il pezzo traccia già la strada futura del chitarrista, con le sue aspirazioni compositive che lo porteranno a diventare supremo arrangiatore di opera-rock. “A Legal Matter” è un veloce rock n’ roll a tema divorzio (non male…), cantato dallo stesso chitarrista, mentre l’ultima traccia, “Instant Party (Circles)”, è un tipico riff teso di Townsend arricchito da una approssimata sezione di fiati. Questi ultimi due brani non compaiono sulla prima edizione del disco: dovevano essere lato A e B di un 45 giri in realtà mai pubblicato.

Ad un lavoro tanto estroverso e sfrontato corrispondeva un live-act altrettanto scalmanato. Ancorati alla presenza statuaria di Enthwistle, Daltrey è proteso sul microfono cantando in modo sfacciatamente fisico, Townsend rotea la chitarra rabbiosamente come fosse un’ascia da guerra e Moon si esagita isterico come in preda a possessione. Un tassello importante nell’emancipazione del Rock da schemi musicali ormai ripetitivi e nell’emancipazione ulteriore di una generazione che proprio non voleva saperne di seguire regole non proprie. La parabola degli Who è appena all’inizio, ma i ragazzi sono veramente “a posto”.




01. Out In The Street    
02. I Don't Mind    
03. The Good's Gone    
04. La La-La Lies    
05. Much Too Much    
06. My Generation        
07. The Kids Are Alright    
08. Please, Please, Please    
09. It's Not True    
10. The Ox    
11. A Legal Matter *   
12. Instant Party (Circles)*

* Inediti

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