Massive Attack
Heligoland

2010, Virgin/EMI
Elettronica

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 05/02/10

Bristol è finalmente rinata!
Scusate il trionfalistico inizio, ma all’appello, dopo la nuova release discografica – assolutamente significativa – dei concittadini Portishead, mancavano solo loro, coloro che il trip-hop hanno contribuito ad inventarlo; sto parlando dei Massive Attack, il collettivo musicale che più di tutti ha colpito e segnato l’immaginario comune su come l’elettronica potesse suonare torbida, misteriosa, ipnotica e, al contempo, magicamente sanguigna grazie ad inediti accoppiamenti col mondo della black music, soul e raggae in particolare.

Scritto maggiormente a quattro mani rispetto al precedente “100th Window”, questo “Heligoland” presenta tutti i caratteri distintivi di ogni album firmato Massive Attack: a partire dalla lista di numerosi ospiti (con alcuni graditi ritorni, come la figura oramai storica per la band di Horace Andy) e collaboratori, fino a quella capacità unica della band di fondere melodie accessibili e, tutto sommato, elementari su un tappeto fittissimo di elettronica in costante progressione, in cui è semplicemente meraviglioso affogare l’interesse.

Rispetto ai lavori precedenti, questo quinto album in studio tradisce fin dalla cover una certa tribalità d’insieme: numerose, difatti, le canzoni paludose, con richiami costanti alla Jamaica ed il Vodoo, e basta a sentire il primo singolo (anticipato l’anno scorso da un succulento EP omonimo) “Splitting The Atom”, con quel suo calipso nervoso a contrastare la cavernosa voce di Robert Del Naja, o la conclusiva “Atlas Air”, con una programmazione in costante evoluzione che porta il pezzo ad essere straordinariamente “leggero” nonostante i suoi 8 minuti di durata, piuttosto che il terrigno pianoforte in chiave di basso dell’incipit “Pray For Rain”.
E ancora, non si può non citare la struggente ballata soul, “intubata” nel silicio, di “Girl I Love You”, piuttosto che i loop incessanti ed ossessivi di “Psyche” e “Flat Of The Blade”, testimonianze della testardaggine di un PC che si ostina a voler risolvere un errore di sistema all’apparenza irreversibile.

La tenue ninna nanna spaziale ed al contempo tribale di “Paradise Circus” (con preziosissimo inserto sinfonico finale) introduce il momento di raccoglimento di “Heligoland”, probabilmente la sezione meno convincente grazie ad un’interlocutoria “Rush Minute” e l’interpretazione eccessivamente sguaiata e strascicata di Damon Albarn (Blur, Gorillaz) su “Saturday Come Slow”.

Sono tuttavia inezie di fronte ad un album semplicemente magnifico, un lavoro che si è fatto attendere molto (7 anni per la precisione), ma che conferma il vecchio adagio per cui le cose belle bisogna saperle aspettare.
Si potrebbe stare a discutere se questo album avrà lo stesso impatto per segnare ulteriormente in profondità l’immaginario collettivo già citato in apertura come i lavori precedenti (per me no, semplicemente per il fatto che non ci sono più tutti quei riflettori puntati su Bristol come accadeva fino a 10 anni fa), ma ciò non toglie la bellezza e compattezza d’insieme che muove ogni composizione di “Heligoland”.

Non c’è proprio niente da fare: mestieranti e dilettanti rassegnatevi, i maestri Robert Del Naja e Grant Marshall sono tornati in forma smagliante, e non ce n’è più per nessuno.



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