Iron Mask
Shadow Of The Red Baron

2010, Lion Music
Heavy Metal

Gli Iron Mask sono chiamati alla prova più difficile: la riconferma...
Recensione di Daniele Carlucci - Pubblicata in data: 13/01/10

Dopo il successo ottenuto da “Hordes Of The Brave”, gli Iron Mask erano chiamati alla prova più difficile e cioè la riconferma. Quel che sorprende però è che la band di Petrossi e soci ha forse compiuto il definitivo salto di qualità: con  “Shadow Of  The Red Baron” il gruppo, infatti, appare oggi più maturo e sembra aver trovato una dimensione che li avvicini meglio al grande pubblico.

All’inizio del 2010, gli Iron Mask si ripresentano con il terzo full-lenght della loro carriera, ormai ultra-decennale. “Shadow Of The Red Baron” è un’opera che offre ancor più sfaccettature rispetto alla tendenza prettamente heavy, marcata nei lavori precedenti; sembra che questo album sia fatto apposta per essere fruibile ad una gamma di ascoltatori più ampia. Alcuni pezzi suonano maggiormente come potenti ed incisivi brani hard rock. La melodia è sempre in primo piano ed è condita con la superlativa tecnica di Petrossi, vero virtuoso della sei corde, che ricorda molto, per certi aspetti, lo stile di Malmsteen e quello di Romeo (Symphony X). I richiami alla musica classica sono parecchi e il tutto è fatto con una certa raffinatezza. Non sono solo elementi neoclassici ad arricchire l’ultima creatura degli Iron Mask, ma si ritrovano anche componenti sinfoniche ed epiche. Oltre alle potenti linee di chitarra spiccano i ritornelli, armonizzati e rafforzati a dovere da più voci e qui va dato atto anche al contributo di Oliver Hartmann, uno degli artisti che hanno collaborato alla realizzazione dell’album.

Apre le danze la title-track, il brano più lungo dell’intero disco: ritmi forsennati, riff furiosi e saggi di tecnicismo allo stato puro, che offrono un notevole impatto all’ascolto. Inizio col botto insomma; una canzone che sarebbe potuta tranquillamente essere contenuta in Rising Force o Marching Out di Malmsteen. Si prosegue con la cavalcata “Dreams”, ricca di melodia e in perfetto stile heavy metal classico: si può poi ascoltare Hartmann, nell’unico brano in cui non presta la propria voce solo ai cori. Il tastierista Andreas Lindahl introduce “Forever In The Dark”, con cui i ritmi vengono smorzati rispetto alla potenza della coppia precedente. Nelle strofe si alternano la grinta del vocalist Valhalla Jnr e frasi di canti gregoriani. Spicca inoltre il melodioso finale dell’assolo, in cui Petrossi svolge un ottimo lavoro anche in fase di armonizzazione. Una “Resurrection” dai toni decisamente più cupi viene “annunciata” da un riff distorto molto orientaleggiante, mentre l’atmosfera si rallegra con “Sahara”, in cui si può apprezzare durante il terzo solo di chitarra l’ospite Lars Eric Mattsson. In perfetto stile epico è l’intro di “Black Devil Ship”, che porta la mente a fantasticare tra i verdi prati sconfinati di Scozia e Irlanda, dove un tempo dominavano i Celti. Al posto della cornamusa c’è però il suono dell’estroso Petrossi, che si scatena in una performance impetuosa e trascinante. In “We Will Meet Again” la melodia dei riff costituisce ancora una volta l’elemento dominante, invece in “Universe” ritornano forti le influenze del metal neoclassico, tanto da poter considerare questa canzone figlia della title-track. Si arriva così alla ballad dell’album, “My Angel Is Gone”: soavi voci femminili e chitarre acustiche introducono una canzone ricca di pathos e di sentimento. “Only The Good Die Young” è, come “Dreams”, di stampo metal classico: riff massicci e prepotenti, ritornelli maestosi e assolo di tastiera che si aggiunge a quello di chitarra. A chiudere “Shadow Of The Red Baron” è la semi-strumentale “Ghost Of The Tzar”, brano che sembra concepito unicamente per mettere in evidenza la bravura di Petrossi, il quale in effetti sfoggia una tecnica non indifferente. All’interno della canzone, le sole parole che si possono ascoltare sono quelle scandite da una voce sinistra ed inquietante: sicuramente un qualcosa di diverso offerto dagli Iron Mask per concludere un album di buon livello.

Anche se è chiaramente la chitarra di Petrossi l’elemento dominante di “Shadow Of The Red Baron”, i suoni della stessa non risultano essere esageratamente gonfiati, come spesso accade quando si ha a che fare con uno strumentista particolarmente virtuoso. E al pari, va detto che Petrossi non toglie eccessivo spazio agli altri musicisti, ma sembra invece maggiormente intenzionato ad esaltare le capacità di gruppo ancor più di quelle personali. I temi trattati nell’album sono fortemente influenzati dalla recente scomparsa della madre di Petrossi. Le emozioni e gli stati d’animo del chitarrista si possono ascoltare ad esempio in “Forever In The Dark”, “We Will Meet Again” e “My Angel Is Gone” Si trovano però anche altri argomenti: è il caso delle storie epiche narrate nella title-track, in “Resurrection” e in “Black Devil Ship”.

Il nuovo anno si apre con una pubblicazione davvero interessante e se il buon giorno si vede dal mattino…



01.Shadow Of The Red Baron
02.Dreams
03.Forever In The Dark
04.Resurrection
05.Sahara
06.Black Devil Ship
07.We Will Meet Again
08.Universe
09.My Angel Is Gone
10.Only The Good Die Young
11.Ghost Of The Tzar

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