Nile
Those Whom The Gods Detest

2009, Nuclear Blast
Death Metal

I Nile si riappropriano del trono, ritornando a dettare legge!
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 09/11/09

A volte ritornano. Bisogna dire la verità, molti avevano già dato per “spacciati” i Nile dopo l'arido "Ithyphallic" e il passaggio alla Nuclear Blast. Molti avevano cominciato a nutrire dei dubbi sul prosieguo di una carriera che era arrivata a un punto di svolta decisivo, ma che non sembrava poggiare su basi artistiche degne della formazione del Sud Carolina.

Del resto gli elementi c'erano tutti: con i primi tre dischi i nostri avevano reso alla perfezione  il concept alla base della band, tanto da non vedere un'ulteriore evoluzione di quell'amalgama micidiale di epicità, violenza, melodia e perizia strumentale. Infatti da "In Their Darkened Shrines" i nostri cambiano rotta; "Annihilation of the Wicked" sfrutta l'onda lunga del capolavoro precedente, facendo intravedere (con esiti comunque di livello superiore) quella deriva prettamente brutal che sarebbe poi sfociata in "Ithyphallic", un disco che pareva svuotato della componente Nile, un mostruoso esercizio di tecnica che riportava stilemi e caratteristiche tipiche, ma che non incideva a dovere.

"Those Whom The Gods Detest" arriva quindi in questo clima un po' strano, più scettico che fiducioso, probabilmente esagerato, ma ai migliori spettano sempre grossi onori e oneri... Ebbene cari lettori, uccidiamo il vitello grasso, perché i Nile si riappropriano del trono vacante, con un lavoro che spazza via con un colpo di spugna gran parte dei timori. Potremmo definire "Those Whom The Gods Detest" una sorta di summa di un'intera carriera, come se la band avesse voluto fare il punto della situazione, veicolando in questo nuovo lavoro l'esperienza passata riletta nello stile assunto negli ultimi anni. Si profila un disco che pare meno brutale del precedente, o meglio, meno spiccatamente brutale, dando più attenzione a melodie e soluzioni epiche che i Nile avevano ormai messo in secondo piano; un parziale ritorno alla monumentalità dei primi anni di carriera, con la vena ipertecnica delle recenti fatiche. Riaffiorano così inserti coristici puliti, percussioni, strumenti acustici dal flavour mediorientale, elementi che non avevano mai abbandonato i Nile, ma che stavolta appaiono meglio amalgamati con la solita furia di base, con un prepotente ritorno di una vena doom (da sempre una passione per Sanders) che non sentivamo da diversi anni.

In soldoni, niente di nuovo sotto il sole. Ma in fondo chissenefrega? Ci sono band idolatrate che ripetono lo stesso album da decenni senza che nessuno si ponga la questione, quindi non vedo il motivo per bollare "Those Whom The Gods Detest" come la solita minestra riscaldata. Specialmente quando una formazione dimostra di aver fatto tutto il possibile per rinforzare maggiormente il proprio status, con un'opera solida, consistente sotto il profilo della scrittura e magistrale dal punto di vista strettamente strumentale (a tal proposito, menzione d'onore per il batterista George Killias, sempre più bravo). Pur essendo su un gradino più basso rispetto ai capolavori "Black Seeds of Vengeance" e "In Their Darkened Shrines", questo nuovo album ha in serbo molti episodi che sicuramente entreranno stabilmente nelle setlist della band; come l'iniziale "Kafir!", esaltante cavalcata che sposa il death chirurgico dei Nile con suggestioni arabe di grande effetto, fino all'esplosione finale con un incrocio di assoli da manuale, "Utterances Of The Crawling Dead", pezzo cadenzato che ricorda, in meglio, "Lashed to the Slave Stick", la title-track, con un bellissimo refrain epico che apre le danze al brano più riuscito del disco, o la successiva "4th Arra of Dagon", più una lunga invocazione alle divinità che una canzone vera a propria.

Senza però dimenticare gli episodi più snelli del disco, anche questi rimpolpati e arricchiti, vedi la seconda "Hittite Dung Incantation", il classico "secondo brano" dei Nile tritatutto (stavolta con una marcia in più), "Permitting The Noble Dead To Descend To The Underworld", dal finale sorprendentemente evocativo vista la brutalità dei primi minuti, "The Eye of Ra" o la conclusiva "Iskander Dhul Kharnon", claustrofobica e marziale, quello che ci voleva per terminare quest'ora scarsa di grande musica.

Giudizio più che positivo dunque, un disco che rimette le cose a posto in casa Nile. Probabilmente i livelli dei capolavori immortali della band non sono più raggiungibili, limitati dalla loro stessa grandezza ormai non più “migliorabile”, però signori... Tanta qualità, perizia e classe in un solo disco, al giorno d'oggi, non si trovano molto facilmente. Giù il cappello.



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