The Pretty Things
The Pretty Things

1965, Fontana Records
Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 20/10/09

Nascosti dietro le imponenti ombre prima dei Rolling Stones, poi dei Led Zeppelin (incisero un paio di album per la Swan Song), i Pretty Things faticarono a costruirsi una propria identità ed una totale autonomia musicale, ciò non di meno furono uno dei gruppi di punta della grande stagione del rock britannico di metà anni ’60. Furono inoltre una band eclettica che in 10 anni di carriera ad alti livelli sperimentarono tutte le mode e le tendenze della musica Rock, dal British Blues, all’Hard Rock, passando per Psichedelia e Progressive.

Con gli Stones, oltre che l’impostazione musicale e l’ispirazione blues, condivisero anche un chitarrista, Dick Taylor, compagno di scuola di Jagger e addirittura al suo fianco prima di Brian Jones, sia pure per brevissimo tempo. Uscito da questa embrionica versione delle Pietre Rotolanti, Taylor si unisce ad un selvaggio vocalist blues, Phil May, ribadendo una volta di più quel binomio chitarrista-cantante alla base di tanto Rock. Con loro sono: un secondo chitarrista, Brian Pendelton e la sezione ritmica di John Stax (basso) e Viv Prince (batteria). L’esordio discografico  è del 1964 con tre singoli per la Fontana Records: "Rosalyn - Big Boss Man", "Don't Bring Me Down - We'll Be Together", "I Can Never Say - Get Yourself Home", gli ultimi 3 a firma del gruppo. "Don't Bring Me Down" entrò nella “top ten” Britannica. Già da queste prime uscite fu subito chiaro che la band, assieme a Stones e Animals, avrebbe costituito la sponda “sporca e cattiva” del pop Inglese, contrapposta ai più (in apparenza) controllati Beatles o Manfred Mann. Tutti i singoli saranno ripubblicati nelle ristampe CD dell’album d’esordio. Il quale album d’esordio arrivò poco dopo, nel marzo 1965, capitalizzando al meglio il successo dei 45 giri e giungendo addirittura alla posizione n° 6 della chart. Come tanti lavori dello stesso stampo, oggi il vinile originale ha alte valutazioni (100-150 £).
12 tracce, la maggior parte covers di vecchi classici Rhythm and Blues e Rock n’Roll, neanche mezz’ora di musica registrata in appena due giorni sotto il controllo Bobby Graham, che fatica alquanto a tenere a bada una band naturalmente indisciplinata, che continuamente morde il freno e rischia costantemente di suonare e cantare sopra le righe. La copertina stessa, con quella foto in rosso e nero, è la sanguigna immagine della musica che illustra.  Phil May ha voce alcolica e accento da teppista, manca dell’elasticità e della signorile scaltrezza di Jagger, ma è la sua presenza a rendere interessante ogni pezzo, esagerando solo quando si intestardisce su un’armonica che non sa suonare; le chitarre di Taylor e Pendelton sono un campionario di sgrammaticature “garage”, scale blues e riverberi ad alto volume, traboccano energia e sono efficacissime nei ritmi sincopati stile “hambone”. Addirittura tre sono in effetti le cover di Bo Diddley, di cui una ad aprire una a chiudere l’album. Roadrunner sfoggia subito l’istrionismo di May e le strisciate sulle corde di Taylor: una combinazione vincente; "Pretty Things", la canzone da cui il gruppo prende il nome, è una scheggia di un minuto e mezzo in odore di punk preistorico; qui, come in tutto l’album la batteria  rimbomba come avesse metallo invece che pelli. "She's Fine She's Mine" è un mid-tempo con un efficace riverbero di chitarra, a disegnare un riff discendente simile a quello di "You don’t love Me" (Willie Cobbs); non è garage in senso stretto (Taylor e Pendelton sono comunque discreti musicisti …) ma piuttosto quella musica effervescente che condurrà all’acid rock i giovani gruppi della Weast-Coast (Big Brother, Quicksilver, Misunderstood del periodo di Riverside). Gli originali del gruppo sono due: "13 Chester Street" e "Unknown Blues", entrambi costruiti su una tipicissima base blues, magari ingenua ma del tutto onesta: se la prima si colloca tra l’amato Diddley e John Lee Hooker, la seconda è uno slow in puro sound Chess della Muddy Waters Band, peccato solo l’ostinazione del cantante di sovraincidere inutili frasi di armonica che vanno a cozzare contro il lavoro dei chitarristi. L’assenza di un allievo di Berry come Keith Richards si sente eccome nelle cover di "Oh Baby Doll" e "Don't Lie to Me", ma Taylor e compagni si salvano grazie alla presenza scenica di May, al volume sempre tanto saturo da rendere il sound veramente corposo e alla scelta di due pezzi poco noti dal catalogo del chitarrista americano. Tra i singoli del 1964, presenti come bonus tracks, svetta inevitabilmente "Don't Bring Me Down", con il suo “frame work” ritmico irresistibile giocato su “stop-and-go” a raffica; bella anche la carica tribale di "Rosalyn" e la chitarra in "Big Boss Man".

Alla lunga si sente la mancanza di un arrangiatore fantasioso e originale come il Brian Jones che fece grandi gli Stones, e i Pretty Things dovranno aspettare il 1968 e l’ingresso in gruppo dell’estroverso percussionista Twink per sopperire a questo aspetto. Eppure l’album è fresco, frizzante, carico di quell’impeto giovanile che a metà dei 60 contribuì a formare una vera scuola di rock n’ roll bianco britannico. Resterà il successo maggiore di un gruppo che si stava artisticamente avviando sulle sdrucciolevoli strade della psichedelia europea, riuscendo ad ogni modo a cavarci fuori dei bei momenti di musica.
Certo, le ombre dei Giganti sono ancora là …



01. Roadrunner  
02. Judgement Day  
03. Chester Street
04. Big City  
05. Unknown Blues
06. Mama, Keep You Big Mouth Shut  
07. Honey I Need  
08. Oh Baby Doll  
09. She's Fine, She's Mine
10. Don't Lie to Me  
11. The Moon Is Rising  
12. Pretty Thing  
13. Rosalyn*  
14. Big Boss Man*  
15. Don't Bring Me Down*
16. We'll Be Together*
17. I Can Never Say*
18. Get Yourself Home*


*Bonus Tracks

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