Muse
The Resistance

2009, Warner Music
Rock

Ennesimo rinnovamento in casa Muse. Non tutte le ciambelle, però, escono con il buco.
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 12/09/09

Autostop!
Starnutire!
Salutare!
Baciare!


…come dite? Questo non è l’ultimo volume della “Dancing Summer in Lignano Sabbiadoro” ma la nuova opera dei Muse? Ma dai, smettetela, non sentite come sull’incipit strumentale di questa iniziale “Uprising” ci sta da Dio il Gioca Jouer? …però, ripensandoci…in effetti, la voce in falsetto ricorda quella di Matthew Bellamy…c’è persino il sintetizzatore in costante scala ascendente/discendente che i Muse ci propinano praticamente su una canzone sì e due no sin dai tempi di “Bliss”…fatemi ricontrollare cosa ho messo nello stereo…

…Mio Dio: avevate ragione!

Allora, siccome questo è uno degli album più importanti del 2009, partorito da una band che passerà alla storia, visto il successo sempre in costante incremento ed il loro sapersi sempre rinnovare e far parlare di sé, è proprio il caso di fare un’abbondante retrospettiva, in modo tale che anche per voi sia chiaro il mio Muse-pensiero, e la recensione di questo “The Resistance”, quinto album in studio, possa quindi essere pienamente capita nelle mie ragioni. All’epoca dell’esordio di questo trio inglese tutti erano più o meno d’accordo: i Muse erano la copia sbiadita dei Radiohead. Questo paragone di certo non sbagliato, ma forse un poco impietoso (visto che la band già dimostrava alcuni caratteri distintivi che, difatti, poi sono stati pienamente sviluppati con il tempo), non scoraggiò affatto Matthew Bellamy che, dopo l’insipido debutto di “Showbiz”, ha confezionato quello che, tuttora, ritengo il capolavoro dei Muse, nonché uno degli album rock più belli mai concepiti negli ultimi 10 anni: “Origin Of Symmetry”. La chiave del lavoro fu la liberazione del demone che Bellamy possedeva, una bestia che si manifestava negli urli isterici ed incontrollati delle linee vocali, quasi costantemente in falsetti di improbabile altitudine (riprendete "Micro-Cuts”, qualora ve la foste dimenticata), e nelle sferzate supersoniche che il singer riservava impietosamente alle sue fantasiose chitarre-laser. Il tutto in un vortice sonoro che non lasciava nessuno scampo, un barocchismo di fondo che sembrava davvero come se una corte settecentesca di Versailles fosse stata trascinata a forza sulla luna, in un salto temporale di almeno 500 anni avanti nel futuro. Con “Absolution”, già fu chiaro che il demone-Bellamy era stato parzialmente sedato, il barocchismo meno furioso e più razionale, molto alla Queen per intenderci, ed il tutto si traduceva in un album sì stimolante con il suo incedere apocalittico, ma che risultava anche soffocante in alcuni (forse troppi) punti. Arriviamo quindi allo scorso “Black Holes And Revelations”, l’album  della discordia, l’evoluzione da tutti richiesta, ma non certo da tutti accettata (pubblico a parte, che ha letteralmente fagocitato l’album portando i dati di vendita a qualcosa come 3 milioni di copie). La critica fu nettamente divisa: chi diceva che quella era una nuova strada che segnava la gloria del trio, chi diceva che sì, certo, quella era una nuova strada, ma che ci si doveva augurare non venisse intrapresa sino in fondo, visto che del demone-Bellamy, su quell’album, non vi è più traccia, completamente esorcizzato dall’ordine Pet-Shop Boysiano in nome dell’immediato successo commerciale.  Ah, se non si era capito: io faccio parte della schiera contro “Black Holes”, un album riuscito decisamente a metà, con tracce troppo interlocutorie ed inconcludenti, e comunque privo di mordente. E per capire alla perfezione quello che intendo, mettete nel lettore Dvd prima “Hullabaloo” e poi “H.A.A.R.P.”: vi sembra per caso la stessa band la protagonista di entrambe le opere?

Ed eccoci al presente di “The Resistance”, un album nato nella nostrana Italia in quel di Lecco, un album che si è fatto attendere due anni in più del previsto, visto che Mr. Bellamy già declamava la sua pubblicazione per l’autunno del 2007. Che dire di un album il cui primo barlume di luce si intravede alla quarta traccia, quella “United States Of Eurasia (+ Collateral Damage)” che, col suo pianoforte magicamente intrecciato in preziosi ed epici arabeschi, ci trascina alla sua coda, così Bach nella sua cristallina desolazione, mantenendo fede al suo altisonante titolo? Che dire di un album dove, su “Undisclosed Desire”, ti aspetteresti di sentir cantare da un momento all’altro Beyoncé, visto che è un puro distillato di r’n’b che nulla centra con l’alternative rock di cui i Muse dovrebbero essere gli alfieri? (Ometto volontariamente di citare lo strambo charleston elettronico di “I Belong To You” o la sintetica messianica “Guiding Light”: sarebbe come sparare sulla croce rossa…).

Si può cominciare ad elencare gli aspetti positivi: questo è sicuramente un album meglio bilanciato rispetto a “Black Holes” e per accorgersene basta ascoltare “Resistance”, che, nonostante il massiccio ritorno dell’elettronica Pet Shop Boys, non disdegna un ritornello puramente rock (magnificamente introdotto da un bridge alla Queen). E’ un album in cui non si fatica a riconoscere la tipica Muse-canzone, in cui addirittura “Unnatural Selection” sembra quasi un auto plagio dell’epoca “Origin Of Simmetry”, visto che il giro di chitarra e lo svolgimento sono davvero assimilabili ai contrasti di “Space Dementia” o “Citizen Erased”. E’, infine, forse uno degli album meglio prodotti che mi sia capitato di sentire ultimamente, dove non c’è un singolo volume fuori posto ed è tutto magnificamente bilanciato e messo al posto giusto nel momento giusto, a partire dagli inserti sinfonici sino ad arrivare ai deliri sintetici.

Detto questo: sono tutti specchietti per le allodole. L’album è privo di mordente, energia, esile nello scoprirsi noioso nella sua quasi globalità dal terzo ascolto in poi (salviamo anche il primo movimento dell’ampollosa suite sinfonica “Exogenesis”, va’…). E’ sconcertante pensare che i Muse sono una delle band a cui viene data abnorme importanza, e se una band che dovrebbe fungere da esempio e guida su come fare un buon album rock alternative sforna un’opera come questa, dove il rock è un pallido miraggio e di alternative non c’è proprio minimamente traccia… beh, allora siamo a posto!

Oh, io lo so già che una buona parte della critica osannerà questa rinascita dei Muse come l’ennesima testimonianza di un encomiabile processo evolutivo. Bene, io allora vi dico che l’evoluzione può procedere in due sensi, e per quel che mi riguarda qui si tratta di involuzione, un declino costante ed inesorabile che porta i Muse verso un’unica destinazione: la mediocrità commerciale, il suonare così inesorabilmente falsi perché, cari ragazzi, voi pop e socialmente impegnati (leggete i testi) non siete proprio credibili. Semplicemente, non siete nati come band di questo tipo, non c’erano i presupposti fino a due album fa.

Difficilmente si poteva fare peggio di “Black Holes And Revelations”: complimenti Muse, siete riusciti perfettamente in ciò che pareva impossibile.





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