Gotthard
Need To Believe

2009, Nuclear Blast
Hard Rock

Gotthard sulla cima dell'Olimpo per un disco che è già storia
Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 01/09/09

Dov’eravamo rimasti? Ma certo, ad un grande disco (“Domino Effect”), il seguito di un altro grande album (“Lipservice”), a sua volta preceduto da una discografia che cavalca quasi due decadi, qualcosa che è entrato di diritto e per merito nella storia del Rock. Per introdurre il neonato “Need To Believe” mi tornano in mente le parole di Leo Leoni in quel di Lucerna, durante una splendida intervista del maggio di due anni fa: “I Gotthard non fanno mai dischi uno uguale all’altro…”. Niente di più vero, niente di più saggio.
Bene, ciò che avvertirete durante gli ascolti del nuovo pargolo dei maestri elvetici può essere definito come una serie di semplici “riflessi incondizionati”: salirete in macchina, inserirete il disco nell’apposito lettore, ingranerete la marcia, gomito sinistro appoggiato sul montante del finestrino mentre pollice e medio tamburellano sulla leva del cambio nella convulsa attesa del caricamento della prima traccia. Il tutto, possibilmente, attraversando le Alpi Svizzere o un panorama che gli somiglia. La rotta e il punto di arrivo sono uguali per tutti: “Shangri-La”, un luogo racchiuso nell’estremità occidentale dell’Himalaya, un luogo incantato dove il tempo si ferma.

THE ROAD TO SHANGRI-LA

Oltre due milioni di dischi venduti in tutto il mondo, tre volte triplo platino, quattro volte doppio platino, quattro volte platino, disco d’oro e inno ufficiale per la nazionale Svizzera negli scorsi campionati europei di calcio. Un biglietto da visita lungimirante che non azzera la voglia matta di stupire, anzi, è un ottimo motivo per provare a superare i propri limiti perché, come loro stessi insegnano, bisogna crederci sempre.
La strada per Shangri-La non è poi così impervia. Ad aiutare i Gotthard sopraggiunge Richard Chycki, ingegnere conosciuto e stimato per aver prodotto tra gli altri Aerosmith, Rush e Pink, le colonne sonore di film quali Charlie’s Angels, Serendipity, Scream 3 e che ha svolto un lavoro egregio, innestando un suono dal taglio moderno (filtri su voci e strumenti non sono così rari) senza andare minimamente ad intaccare le caratteristiche originarie che appartengono al gruppo.
Soffermandoci qualche secondo ancora sul lavoro di Richard, noteremo che siamo di fronte ad una produzione da salto di qualità, dove ogni strumento ha il medesimo spazio per un prodotto più rotondo e avvezzo a lasciare strada alle melodie, predisposto per soddisfare le grandi masse e dove svetta un gusto quasi cinematografico per il dettaglio.
Abbiamo bisogno di credere nella musica, abbiamo bisogno di credere nei Gotthard. Si tornerà ad un approccio diretto stile “Lipservice”? O l’atmosfera sarà più cupa come accaduto con “Domino Effect”? Ci saranno le sconfinate aperture melodiche di “Homerun” oppure l’hard rock nudo e crudo alla “Dial Hard”?
Need To Believe” è un po’ di tutto questo. L’arma in più è l’esperienza, la maturità acquisita nel corso degli anni, la capacità di sapere fin dove ci si può spingere, l’amalgama di un gruppo affiatato oggi più che mai. Siete pronti ad entrare nel nuovo mondo?

WE NEED TO BELIEVE…

L’introduzione di Shangri-La riporta i Gotthard nelle sonorità orientaleggianti, dove il tempo si ferma per davvero se considerate che i quattro minuti e sei secondi del brano volano senza nemmeno accorgersene. Teatro del misticismo elvetico, Shangri-La conferma le qualità sovrumane di Steve Lee che incanta nel refrain dove la sua stessa voce gli fa eco, fino a quando il battito a metronomo di Hena cesserà per poi riprendere con la successiva Unspoken Words, altro gioiello melodico che unisce groove e urgenza espressiva. Qui, il giro di chitarra è di quelli vincenti, poi ci si mette il solito Steve a trapassare i cuori in un ritornello che è già storia. Da segnalare una presenza più massiccia dei cori rispetto al passato (qui e in generale su tutto il disco), peculiarità che assicura eleganza e armonia.
Terzo pezzo, terzo centro. Need To Believe è il manifesto dei Gotthard anno 2009: mid-tempo granitico che si ammorbidisce soltanto nei pressi del ritornello ma che torna a ruggire tramite l’assolo targato Leoni e ad ipnotizzare con la melodia di base.
E se ci fosse ancora qualcuno che cerca il giusto aggancio per entusiasmarsi, si soffermi su Unconditional Faith: radiosa e solare, l’apporto della chitarra acustica aggiunge delicatezza ad un brano sognante che rilassa e allo stesso tempo coinvolge quando il flavour country dell’assolo centrale si fa spazio tra le strofe cantate.
Ritorno all’hard rock e ritorno al dinamismo serrato con I Don’t Mind, traccia nella quale risalta la linea di basso di Marc Lynn, in splendida forma, e diverte per il duello di chitarre sull’asse Leoni/Scherer.
Il luna park del gruppo elvetico si arricchisce di altre due giostre, due pezzi in perfetto contrasto tra di loro: uno sperticato inno alla felicità, Break Away, e una struggente power ballad Don’t Let Me Know, brano soave che divide una prima parte dell’album più leggera da una seconda, se vogliamo, più scattante.
C’è tanto rock in Right From Wrong, che in più di un’occasione ricorda la “Vertigo” degli U2, Hena è indiavolato sulla batteria e in mezzo si eleva un coro che, ne sono certo, canteremo a squarciagola durante tutto il prossimo tour. L’alternarsi di una grande varietà di registri, come confermato dalla stessa “Right From Wrong”, è di immediata percezione e il continuo intrecciarsi di distorsioni, suoni acustici, cori, contro-cori e tastiere, mixati con un certo gusto, rappresentano il punto focale di Need To Believe.
I Know, You Know è potentissima (fate attenzione a non stressare i vostri speaker) nonostante apertura e chiusura siano dense di avvolgente romanticismo, poi c’è la traccia più impetuosa del disco, Rebel Soul, un taglio quasi heavy metal per un up-tempo che presenta un coro fluido e raffinato e mette in mostra le qualità di un Leo Leoni strepitoso. Inserti d’archi e ritmi bassi nella conclusiva Tears To Cry, altra gemma romantica e malinconica che si colloca in evidente continuità collegando il lato soft dei Gotthard e le imponenti orchestrazioni. Vi basta?

THE OSCAR GOES TO… GOTTHARD

Una prova eloquente del desiderio di lanciare un messaggio positivo al loro immenso pubblico, una prova esaltante che non so dirvi se debba essere ricordata come la migliore di sempre, ma certamente posso giudicarla, oggi, come la più matura.
Energico e persuasivo, “Need To Believe” è un album la cui solennità si concretizza equilibrando la poesia delle canzoni più lente, l’immediatezza dei mezzi tempi e la forza dei brani più arcigni; l’apoteosi culturale dell’hard rock made in 2009.
E’ ora di saltare di nuovo dentro la macchina e di rimettervi in viaggio, già conoscete la destinazione: Shangri-La non è poi così lontana, il tempo forse si fermerà ma la musica dei Gotthard continua a girare più bella che mai. Quasi vent’anni di onorato servizio e non sentirli, grazie ragazzi.



Speciale
Il Rock compie 65 anni: come tutto ebbe inizio

Recensione
Rammstein - Untitled

Speciale
Rammstein: il track by track del nuovo album

Recensione
Whitesnake - Flesh & Blood

Intervista
Extrema: Tommy Massara

LiveReport
Metallica - Worldwired Tour 2019 - Milano 08/05/19