Cave
Psychic Psummer

2009, Important Records
Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 24/08/09

I Cave sono un misterioso gruppo emerso (ma forse esagero…) in anni recentissimi dall’underground di Chicago.  E’ proprio del giugno 2009 il loro secondo lavoro per la Important Records: Psychic Psummer.
 
Con una copertina coloratissima, a metà tra mitologia azteca e psichedelia, l’album è un bizzarro collage di brani strumentali dominati ora da cavalcate chitarristiche, ora da crepitii e sequenze serratissime di elettronica. Il sound mantiene il basso profilo di una produzione indie, ma senza falsa retorica da band alternativa. La musica, 30 minuti in tutto, scorre via sempre velocissima, senza pause e senza respiro: una autodromo di F1 a tutta birra. Sei brani, sei jam libere ma costruite con grande cura, divise equamente tra strapotere della sei corde e dominio delle tastiere, costantemente sostenute da una batteria tribale e infuriata, a tratti raddoppiata da un secondo percussionista. Un rock free-form solo apparente e ben congeniato. Enormi, frastagliati ma non troppo disparati, i riferimenti del gruppo: dalla west coast più acida e perfida di fine anni ’60, a tanta musica elettronica tedesca dei primi ’70 (Kraftwerk, Cluster); da qui, perché no?, ad una versione punk dei Soft Machine; poi la “nuova psichedelia” e in particolare echi degli Ozric Tentacles più spiccatamente “rockettari”. Non è un ascolto sempre liscio ma senz’altro divertente; non è musica da hit facile (del resto senza un cantante…), ma non è forzatamente alternativa. E’ sempre ben suonata dal punto di vista tecnico, soprattutto per l’affiatamento e il dinamismo del trio: Rex Adam, Dan Cooper e Rotten Milk.

Apre "Gamm" ed è subito la chitarra elettrica il fulcro del brano, con accenti che ricordano sia qualcosa dei Groudhogs di Split, sia il sound di Dave Brock con gli Hawkwind; un lungo e frenetico volo, sostenuto dalla batteria, sempre agile negli occasionali cambi di ritmo, e dai ronzii del synth che si dimena in apertura. Forse la traccia più puramente rock ce la siamo già giocata; il bello deve ancora venire. "Made In Malaysia" è la risposta del versante tastieristico del gruppo, che organizza una scarica sintetica che sembra un M-60 in mano a Schwarzenegger; lo scontro tra impatto rock e deviazioni addirittura trance è poi la dualità fondante da cui scaturisce la musica dei Cave. In questa traccia è infuriata anche la voce, che recita incantesimi pagani e indiscernibili; bello l’uso del wha-wha nel cuore del mix. Più brutalmente funk (qualcuno direbbe post-funk …) il giro di "Encino Man", aperto da un interessante movimento di batteria powerhouse che conduce a un mondo robotico e futurista; per niente patinato né impersonale, il brano mantiene alta la pressione musicale e l’impatto dirompente dell’album. L’eco di voci dissonanti contrappunta ossessivamente i movimenti da flipper impazzito delle tastiere. Una lunga coda pulsante, insistita e a tratti galattica chiude il virtuale lato A del CD. Sempre puramente “strumentale” e decorativo l’uso della voce. "High, I am" si ancora ad un robusto giro di basso da cui si diramano le consuete escursioni di tastiere distorte e imprevedibili, che pur lasciano intravedere un tema centrale da variare a piacimento: la solita voce distante e incomprensibile sibila il residuo di parole ignote. "Requiem For John Sex", fa il pari con Gamm per l’utilizzo di una chitarra che si colloca nel solco dei momenti più spaziali di allievi Hendrixiani come Frank Marino e Robin Trower; un crescendo incessante, impostato su di un riffing robusto e su un efficace uso del wha-wha e di altri mille effetti. Dopo lo sfogo solista, bello il finale, liberatorio prima, rumoristico e molto concreto nell’ultimo rombo. "Machine And Muscle" chiude alla grande, grazie ad un tema d’organo un po’ malinconico, un po’ mistico, spiraliforme, che cerca in ogni modo di divincolarsi dal substrato ritmico della batteria. Una chiusura che pare il piccolo inno di una nuova nazione elettronica equatoriale. Progredendo, arriviamo a vedere il cielo azzurro oltre le nuvole e a strapparci finalmente dall’ossessione tutta terrena della ritmica; un buon brano, forse fin troppo sintetico.

Psychic Psummer nel suo insieme lascia un’ impressione di misticismo latente (sarà solo la copertina?), di grandeur  volutamente rinnegata ma qua e là inseguita, di un rituale antico ma da non prendere poi troppo sul serio. In definitiva una musica ben più voluminosa di quanto ci si aspetti, più voluminosa del gruppo stesso che la produce.





01. Gamm    
02. Made In Malaysia  
03. Encino Men  
04. High, I Am  
05. Requiem for John Sex  
06. Machines and Muscles

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