Secret Sphere
Sweet Blood Theory

2008, Dockyard1
Power Metal


Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 11/05/09

Dopo il divorzio dalla Nuclear Blast, ed un’attesa di 3 anni, tornano sul mercato gli alessandrini Secret Sphere col loro “Sweet Blood Theory”, un concept album basato sulla novella “The Vampire” di John William Polidori datata 1814. Già la novità del concept vampirico, unita a delle preannunciate orchestrazioni basate sull’opera burtoniana di Danny Elfman, faceva presagire una certa intenzione di arruffianarsi il mercato (mai così ricettivo verso il vampirismo ed il gotico come in questo momento), ed il discutibile artwork di copertina non faceva che concretizzare ulteriormente questa teoria… Teoria che, per fortuna, è rimasta tale. Nessun compromesso commerciale in questo lavoro, anzi, c’è un certo irrobustimento del suono, nonostante il power venga sviluppato maggiormente solo nella prima metà dell’album, con la ballad “The Butterly Dance” quasi a fare da spartiacque nell’introduzione della vera novità di quest’album: il romanticismo. Un romanticismo che sì, era già espresso parzialmente nel precedente “Heart and Anger”, ma che in questo nuovo album assume una forma molto più pura, grazie soprattutto a quel gusto unico della melodia che contraddistingue da sempre i Secret Sphere.


Abbiamo quindi una prima parte robustamente metal, con delle canzoni che immediatamente vi entreranno dentro (per restarvici a lungo), come l’opener “Stranger In Black” (dopo l’intro di “Evil Or Divine”, che potrebbe benissimo essere stata usata per “Nightmare Before Christmas”), oppure la corale “Bring On” (che live farà molto danno con il suo ritornello killer) o l'anthemica “Welcome To The Circus”. Viceversa, nella seconda parte dell’album la chitarra, pur se mai relegata in secondo piano, lascia maggiormente spazio alle melodie ed agli arrangiamenti del tastierista Antonio Agate, ed è così che prende vita la magia della title-track (una summa che rappresenta tutti gli umori dell’album, con una convergenza di idee ed emozioni che esplodono nel ritornello tanto da lasciare storditi), oppure lo struggente mid-tempo di “All These Words”. Le orchestrazioni ed i cori direttamente ispirati a Danny Elfman effettivamente ci sono, a volte anche in abbondanza, ma si amalgamano alla perfezione nell’economia dei vari pezzi (ascoltate, in questo senso, la trasformazione iniziale di “From A Dream To A Nightmare”).


Il bello della musica dei Secret Sphere consiste nel fatto che è davvero ricca: presenta aspetti diversi ad ogni ascolto, ed ogni volta si rimane stupiti da una soluzione particolarmente azzeccata, in grado da sola di portare la qualità del pezzo a livelli vertiginosi, e di cui non ci si era precedentemente accorti. Ed è tutto merito di una composizione davvero magistrale ed intensamente ispirata. La produzione dell’album è ottima, ed i musicisti restituiscono tutti un’esecuzione tecnicamente ineccepibile, ma non priva di emozione… Priva, semmai, di quella fase progressiva attraversata dal gruppo con “Scent Of Human Desire”; una menzione, in questo senso, la merita il cantante Ramon Messina: non uno sterile screamer, ma un uomo che sa sì raggiungere picchi vertiginosi, ma solo quando il cuore lo richiede, mostrando anche una discreta versatilità sui toni bassi in quest’ultimo album.

Insomma: terzo centro perfetto consecutivo in discografia per una delle migliori realtà power metal nel panorama europeo (non solo italiano), un dato di cui non molte altre band possono fare vanto.
A quando il (meritatissimo) riconoscimento commerciale?





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