Amon Duul II
Carnival In Babylon

1972, United Artists
Acid Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 06/05/09

Tra il ’69 e il ’71 i tedeschi Amon Duul II sono autori di una monumentale trilogia, (due doppi LP e uno singolo): Phallus Dei – Yeti – Tanz der Lemminge. Questi lavori costituiscono, in straordinaria continuità, e assieme alle coeve opere dei rivalissimi Can, una base per tutto il futuro rock europeo “continentale”, dal cosiddetto Kraut-rock fino al Death e al Black Metal scandinavo, passando per la Kosmische Musik e anche il Prog italiano. Una pietra di paragone per generazioni di musicisti, da Scorpions (ascoltare i primi due album per credere) a Helloween e Celtic Frost. Sono dischi di cui molto si è detto, scritto; ancora oggi si dice, si scrive. Dispiegando una massa sonora che sta costantemente tra il sabbah, la jam lisergica, l’happening di protesta e il caos interstellare, utilizzando una formazione espansa con almeno due batteristi, due chitarristi e tanti comprimari, gli Amon Duul II hanno, con questi tre album, efficacemente trapiantato le intuizioni del rock di San Francicso, nato al sole innocente della California, in una terra basso-medievale fatta di nebbie, boschi, fiumi melmosi e simboli alchemici. Facile sostenere che si tratta dell’esatta trasposizione in musica popolare delle epopee di Wagner e Goethe, trascritte da Tolkien, nell’epoca dei primi viaggi nello spazio: la meravigliosa copertina apribile del terzo LP, Tanz der Lemminge, è efficace sintesi tra il mondo silvano, panico (nel significato originario di “appartenente a Pan”) e la navetta interstellare. Difficile far seguire una carriera normale a siffatto biblico esordio, e infatti, dopo alcune buone prove fino alla metà dei ’70, il gruppo, che poi nasce da una comune a Monaco di Baviera, si sfalderà così come parte degli ideali su cui si era fondato.

Carnival in Babylon
ha l’ingrata sventura di seguire tale trilogia; normale quindi che sia ritenuto un album riuscito solo a metà; perché facilmente la critica, e anche noi fans, siamo sempre pronti a rinfacciare al nostro paladino la colpa di non avere sfornato di nuovo un capolavoro, accanendoci su un album solo perche non è epocale con il precedente; puoi salvarti solo se sei i Led Zeppelin (e allora va bene anche incidere Houses of the Holy) oppure i Beatles o gli U2 (e allora puoi incidere veramente di tutto). Gli Amon Duul non avevano così tanti crediti da giocare e “Carnival” è stato dimenticato molto presto (più del seguente e sopravvalutato Wolf City).

Il testo di riferimento per questo LP è, su tutti, Volunteers dei Jefferson Airplane, con le sue jam espanse, i dialoghi tra le chitarre e un’ispirazione non più urbana ma “agreste”; tutto al netto dell’utopia e della contestazione; qualcuno potrebbe obiettare che, tolti questi due aspetti, resterebbe poco dei Jefferson, ma questa è una battuta crudele e (un po’) falsa. Del resto la vecchia Germania non era nel 1972 in guerra con il Vietnam né aveva eletto Nixon, dunque gli Amon Duul sono pienamente perdonati. Altra influenza (diretta o di “riflesso”) è quella dei conterranei Popol Vuh, la frangia spirituale del rock germanico. Le canzoni di Carnival propongono così non più ballate di protesta ma una serie di quadri e collage molto pittorici, surrealisti a tratti, infantili e colorati, come se Chagall si fosse dato al naif. Il gruppo musicalmente è tutto sulle spalle della triade creativa dei primi tre capolavori (quindi questo album poi tanto male non sarà…): la supremazia strumentale di Chris Karrer che suona tutto “il suonabile” (voce, chitarra, violino e sax), il songwriting e la chitarra elettrica di John Weinzierl, la batteria del bravissimo Peter Leopold, forse la vera anima del gruppo, al di là della musica; per altro il ruolo centrale (in senso spaziale) di Leopold è ben apprezzabile nei video live del gruppo al Beat Club, una trasmissione in voga sulla TV tedesca ARD e che ci ha lasciato bellissimi documenti della musica leggera tra il ’65 e il ’72. Attorno a questo motore strumentale si muove bene il resto del gruppo: Renate Knaup-Krotenschwartz trova molta più libertà di canto che non nei primi album e se la voce è limitata, il timbro e l’interpretazione sono pur sempre personali; Lothar Meid e Karl-Heinz Hausmann si disimpegnano professionalmente al basso e alle tastiere (rigorosamente Farfisa); completa il gruppo un altro percussionista, Danny Fichelscher. Producono e dirigono in studio due “nobili” membri della comune di origine, Falk Rogner e Olaf Kubler, che in passato avevano dato (e in futuro daranno ancora) il loro contributo come strumentisti. L’album è breve (rispetto ai precedenti), compaiono canzoni di tre minuti costruite in modo abbastanza ortodosso, manca il profondo gotico di Phallus Dei, la potenza metal di Yeti e la metafisica introspezione “prog” di Tanz der Lemminge. Resta comunque la buona musica.

“C.I.D. in Uruk”, con il suo coro insistito stile west-coast piovosa, apre il disco; è l’unica traccia cantata in tedesco, su testo di Weinzierl. Musicalmente il pezzo è un’ obliqua ballata condotta da chitarre acidule e impreziosita dal violino di Karrer e dagli effetti del produttore Rogner.

“All the years round” uscì come singolo, amputato della jam finale, nel 1972 per la U.A. (lato B: Tables are tourned); non arrivò nella top 100 nè in America nè in Inghilterra (dove gli Amon Duul, dopo Yeti, avevano guadagnato fans) ma aveva un gran bella foto del gruppo in copertina, con colori manipolati e molto saturi, in stile pop art. Esiste anche un video della canzone, come del resto esistono molti video degli Amon Duul (Phallus Dei, dall’album omonimo, fu ripresa in toto da un giovane Wim Wenders): lo stile è amabilmente amatoriale e costituisce una vera reliquia del tempo che fu. La canzone strizza nuovamente l’occhio alla California di Grace Slick e si fregia del bel sound degli intricati intrecci chitarristici di Weinzierl e Karrer, un meccanismo ormai impeccabile; la voce un po’ stralunata della Knaup ci guida in una ballata acida che tratta di allontanamento, viaggio alla ricerca di cambiamento e successo, propositi non risolti; il gruppo non rinuncia a quelle immagini surreali che sono una costante dell’album (Neo-Nazi doom advisors sticking in the mud / While Hindustanian horses refuse a haircut); bello e malinconico il verso Pig-pink-coloured ministers are ready to drop / They cut down all the flowers on the way to the top; bellissime le dinamiche del gruppo nell’aggressiva coda strumentale.

Segue “Shimmering Sand” un brano enigmatico, molto “prog”, con echi labili dei Van Der Graaf, se non altro per la strumentazione (che si avvale anche del sax di Karrer, autore del brano), e l’uso acuto della voce maschile; non si abbandonano però gli accordi in stile Jorma Kaukonen. Notevole il crescendo finale, propulso dalle linee del basso, su cui si inseriscono via via i vari strumenti.

A seguire due brani brevi, a forma canzone, pensati per essere storie di ordinaria alienazione cittadina in una società che non concede spazi alla fantasia. “Kronwinkl 12” è un puro rock elettrico condotto dalla veloce solista di Karrer che esplora tutto il registro della sua chitarra in continuo dialogo con i cantanti; il testo si concentra su immagini nervose da emicrania post sbornia (Depression starts To catch my brain / Dope-religion Know everything's in vain) prima di esaurirsi nel liberatorio assolo finale. “Tables Are Turned”è una fiaba che sarebbe piaciuta a David Crosby, caratterizzata da un sound semiacustico più folk ed esotico (tabla e congas raddoppiano i ritmi di Leopold) e da simpatiche immagini naif assai efficaci: There is a snake in your bathroom / And a tiger at your door /And if you open up the mailbox / Locusts fall on the floor; belli i due ritornelli, musicalmente e metricamente speculari ma opposti nelle immagini, che preludono a un dolce lieto fine. Sempre più sognante e meravigliata la voce della Knaup.

Come spesso accade, il bello viene alla fine; dopo immagini solari e chitarre scintillanti calano le tenebre e la band ripropone, pur se appena annacquato, il sound gotico delle origini. Accompagnati dal motivo arabeggiante delle tastiere e del violino, e da una chitarra spezzata e insistente, arrivano i dieci minuti di  “Hawknose Harlequin”, forse l’ultimo vero “bad trip” del vecchio acid rock; un brano nettamente diviso in due parti, la seconda delle quali solo strumentale; qualcosa che musicalmente sta tra The Fool dei Quicksilver e Maggot Brain dei Funkadelic, con ombre di ricordo di Doors e Pink Floyd. Ma il testo, innanzi tutto: recitato più che cantato con sottile perfidia e forte accento teutonico, è un manifesto del surrealismo in musica come “Un Chien Andalou” lo è nel cinema; una sequenza di immagini veramente letterarie, trascritte come dalla memoria di sogni lontani e legate solo da un flusso di liberissime associazioni di idee, non prive comunque di una propria coesione e quasi di una trama. E’ un viaggio nel deserto, che passa per un bestiario fantasmagorico: il cammello salvato dal ghigno del cuoco, il portiere con gli occhi come uova e due corvi sulle spalle, la zebra che recita l’alfabeto, le sette sirene, i bambini che giocano sulle ali della gru; un collage di forme e figure che è poi in parte rappresentato sulla copertina del disco, pensata dal produttore Falk Rogner.
 
A collection of clouds
At the reception
The egg-eyed doorman
Was serving a blink
Two ravens on his shoulder
He whispered:
Don't run so fast
If you want to see anything
I passed
The wizard's wonky blizzards
When a phone box
Came sailing though the air
And a zebra
Walked in to Blind Square
Reciting loudly
The whole alphabet
Hope you can see me
Here in my barrel
The governor
Of the Blind Square District
Came rolling along
In slow-motion pictures
Handing me a form-sheet
And Shakespeare's pen
I fell asleep
In the waterfall museum
And I heard the songs
Of the seven Sirens
I saw the children
They forgot their names
Playing all day long
On the wings of a crane
And the color-blind legends
Were melting
In the heat of the sun, the heat of the sun
 


Meta del viaggio: Blind Square, luogo nel cuore della terra promessa, circondato da mura di specchi. Il tutto è raccontato sotto un tappeto volante di tastiere sfocate e violini che intessono un background sonoro crepuscolare e sabbioso, fino al climax della canzone, quando entra in scena il protagonista:

When Hawknose Harlequin came
And told me something
About the children's gun
Smiling in his wheelchair
On the stairs of Blind Square


Qui la voce si fa tetra e sibilante, mentre il gruppo produce suoni e rumori in una “trans” indecisa. Quel “children's gun “ getta una tetra luce sulla scena. Finisce il viaggio, e la chitarra di Weinzierl si impossessa del brano in una lunga jam blues-rock da manuale, fluida ma sinistra, come fosse la fase notturna di Manuel Göttsching, collega chitarrista degli Ash Ra Tempel. Sono con lui: le tastiere di Haussmann, l’imperturbabile e pulsante basso di Meid e Leopold alla batteria. Lo scenario si rasserena a due minuti dalla fine, quando un nuovo motivo ritmico supporta il solista in uno spaziale solo alla Gilmour: una vera alba nel deserto. La canzone è sicuramente degna dei precedenti album del gruppo.


A questo punto le varie ristampe collocano ognuna le proprie bonus tracks, che nulla di più aggiungono all’album, e anzi ne alterano la naturale conclusione con “Hawknose Harlequin”; la Repertoire include “Light e Between the Eyes”, due brani usciti su singolo addirittura un anno prima dell’incisione dell’album, mentre ancora il gruppo lavorava al secondo LP, Yeti. La Revisited Records opta per “Skylight” (una estesa jam spaziale su temi di Tanz der Lemming) e “Tatzelwurmloch” (un interessante pezzo “monstrum”di quasi 20 minuti). Se da un lato è ammirevole l’intenzione di queste case discografiche di dare la giusta importanza a dischi altrimenti dimenticati, è anche vero che questa bulimia di ristampe alla lunga non fa che confondere le acque e snaturare i lavori originali dei gruppi.
Carnival in Babylon non è paragonabile ai primi fantastici lavori degli Amon Duul; è però un LP solido, di un ottimo insieme di musicisti, ricchi di fantasia; potrebbe costituire un buon primo ascolto per chi non conoscesse ancora la band o la dimostrazione che non sempre il seguito del capolavoro merita il biasimo o la delusione  di chi ascolta.


Line-Up


John Weinzierl: Chitarra, Voce
Peter Leopold: Batteria
Renate Knaup-Kroetenschwanz: Voce
Chris Karrer: Chitarra, Sax, Violino, Voce
Karl Heinz Hausmann: Tastiere
Danny Secundus Fichelscher: Percussioni





Lato A
1. C.I.D. In Uruk  
2. All the Years 'Round  
3. Shimmering Sand  


Lato B
4. Kronwinkl 12  
5. Tables Are Turned  
6. Hawknose Harlequin  


Bonus Tracks (Repertoire 2002)
- Light   
- Lemmingmania
- Between the Eyes    
- All the Years Round    


Bonus Tracks (Revisited Records 2007)
- Skylight    
- Tatzelwurmloch

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