Quatermass
Quatermass

1971, Harvest
Prog Rock

Recensione di Giovanni Capponcelli - Pubblicata in data: 22/04/09

Ci sono album che hanno gemelli nascosti, uno, due o mille.  Ce ne sono che si possono veramente valutare bene solo per confronto: musica comparata. Quando nel Giugno del 1971 usciva Tarkus di Emerson, Lake and Palmer (e qualcuno gridava al miracolo), tutti già si erano scordati che circa un anno prima la Harvest pubblicava il primo album omonimo di un trio troppo frettolosamente dimenticato: i Quatermass. Due gruppi, questi citati, con formazioni speculari: triangolo equilatero (non perfetto) tastiere-basso-batteria; con tendenze parallele verso la sponda hard del progressive (molto più evidenti, in vero, nei Quatermass); con interessi velati, ma non troppo, a tecnologia fantascientifica: se Tarkus è un armadillo robot (…non credo servano commenti..) il Dott. Quatermass è il protagonista di una serie di B-Movie anni ’50 (un titolo su tutti: L'astronave atomica del dottor Quatermass). Entrambi i gruppi poi vogliono fare rock senza chitarra, che sembra un po’ come dire messa senza ostensorio. Eppure, quanto più questa scelta sembra una mera provocazione prostrata al divismo di Keith Emerson da una parte, tanto più nel gruppo di Peter Robinson appare una necessità contingente che non una scelta programmatica. Se i chilometrici e logorroici assoli del tastierista degli E.L.P servono proprio a fare dimenticare la sei corde, l’hammond e i sintetizzatori di Robinson & soci richiamano costantemente nel timbro e nell’aggressività i riff di un Page o di uno Iommi (con ottimi risultati, per giunta). In generale questo album risulta veramente compatto, costruito sulla grande coesione del gruppo, su un songwriting maturo e smaliziato, ben suonato e ben cantato. Ma allora, perchè nessuno lo conosce?

Il 14 marzo del 1971 Underwood, Robinson e Gustafson suonarono a Mannheim, Germania Ovest, con ore di ritardo dovute a problemi aeroportuali e a guasti nell’alimentazione dell’impianto audio; fu uno show evidentemente disastroso e il mese successivo la band si sciolse ufficialmente, interrompendo un breve  tour europeo e la registrazione di un ipotetico nuovo album (di cui rimangono due tracce: One Blind Mice e Punting).  Mancanza di menagement,  concorrenza spietata, promozione insufficiente, poca testardaggine nel cercare di imporsi; sfortuna. Mentre E.L.P, l’altra faccia del sintetizzatore, volavano, “l’astronave atomica” non decollò mai; per lo meno da un punto di vista commerciale (del resto non siamo ormai abituati a giudicare tutto da questo punto di vista…?). Perché il loro colpo i Quatermass l’avevano messo a segno: come già ricordato l’album è una gemma, musicalmente parlando. Del resto i tre membri del gruppo erano tutti veterani del sottobosco rock inglese dell’epoca, nonché esperti session-man: Gustafson era stato bassista nei Big Three e nei Merseybeat (due buoni gruppi della “british invasion”) e aveva cantato  nel musical “Jesus Christ Superstar” (con l’amico Ian Gillian nel ruolo di Gesù… mica male), Underwood aveva lavorato negli Episode Six , ancora con Gillian e anche  con Roger Glover (futuri Deep Purple); proprio nell’ultima formazione di questo gruppo (dopo la partenza di cantante e bassista alla corte di Blackmore) si incontreranno i tre futuri Quatermass. Basso – tastiere - batteria. Bene così, non serve altro; e l’album è servito. Il gruppo lo inciderà nel gennaio 1970, negli Abbey Road Studios di Londra, con la supervisione di Andreas Henriksson.

All’interno di una struttura ad anello costruita con la reprise finale dello strumentale d’apertura (“Entropy”) si dispiegano 7 tracce per un totale di circa 50 minuti di musica. Il gruppo parte forte nella migliore tradizione hard rock (…che nel 1970 più che tradizione è attualità) con “Black Sheep of the Family” : il brano, che illustra il clichè della “vita da rocker” (I’ve got nothin’ in my head, got a floor for a bed), è scandito da un riff marziale di Gustafson doppiato dai toni gravi del piano di Robinson e si giova di un chorus elementare ma veramente contagioso, specie quando, nell’ultima strofa, anche Underwood da fuoco a tutte le polveri del suo drumkit.

Su un piano molto diverso si colloca la meditata “Post War Saturday Echo”, brano di paranoia urbana e sociale; introdotto da una breve raffica di hammond, si dipana per 7 minuti sorretto da un’atmosfera notturna e umida, vagamente jazzata, perfettamente interpretata dalla voce lontana di Gustafson che si dimostra vocalist coi fiocchi anche nei passaggi più acuti: vuole la leggenda che “Child in Time”, cavallo di battaglia dei Deep Purple, sia il risultato di una jam vocale notturna tra Gustafson e Gillian (leggi “jam” come: adesso vediamo chi urla di più…); gemma del brano: un assolo minimalista di Robinson (quasi in zona Soft Machine, pur senza il loro surplus culturale) al pianoforte, della serie: i silenzi tra le note contano tanto quanto le note stesse. Il brano è firmato da Steve Hammond, ex Fat Mattress, amico e collaboratore del gruppo. Belle alcune immagini del testo: "The city is a ravin’ neon night mare,/freudian symbols lay my soul bare".

Good Lord Knows” è un frammento barocco arrangiato al clavicembalo da Robinson in un crescendo vocale e strumentale di stile settecentesco, con un finale liberatorio ed etereo.

Il "lato A" si chiude con un brano più tipicamente heavy: “Up on the Ground”. Riffone zeppeliniano a testimonianza di come i Quatermass non siano i Deep Purple senza Blackmore ma piuttosto i Led Zeppelin con Page alle tastiere. Il brano in questione, molto lungo per essere retto da una sola frase musicale, si presterebbe  bene a logorroici assoli da “guitar hero” di turno: eppure qui il gruppo predilige l’interplay tra i suoi membri: basso, batteria ed Hammond si alternano e si inseguono in tutta la parte centrale del brano, prima di abbassare il volume e creare quella suspance necessaria alla ripresa del riff; da manuale. “Up on the Ground” era un pezzo forte del repertorio live dei Quatermass, dove si espandeva anche per oltre 15 minuti, dopo un’introduzione di potenza terrificante del basso di Gustafson: oltre le porte del metal più attuale.

Il "lato B" si apre con “Gemini”, brano a firma Steve Hammond, su tema astrologico costellato dai bellissimi break cosmici di Robinson al pipe organ; come nel caso precedente l’arrangiamento in puro rock rende il pezzo divertente per tutti i suoi 5 minuti: buona soluzione a metà della canzone quando, dopo l’ultimo refrain, un groove di pianoforte subentra dal nulla (seguito a ruota prima da basso poi da batteria)  a far da tappeto ritmico alle essenziali escursioni solistiche di Robinson.

Segue uno dei pezzi apparentemente più spensierati del lotto, “Make up Your Mind", ancorato dal migliore giro di basso del disco. La linea melodica è orecchiabilissima e il ritornello efficace (ricordo dei trascorsi merseybeat dei musicisti?); il gruppo suona con una potenza e con una convinzione da rendere la traccia veramente trascinante; ma, dopo appena due minuti di musica, il vero volto di questo brano si manifesta in tutto il suo cupo svolgimento: una computerizzata serie di suoni che ci trasporta direttamente nella plancia dell’ ”astronave atomica”, non senza qualche riferimento ritmico a certi brani dei Vanilla Fudge. Si torna al tema principale solo per 30 secondi, alla fine, tanto per non scordarsi da dove si era partiti. E non dimentichiamoci che tutto questo sta nell’album d’esordio del gruppo.

Da consuetudine non standardizzata, ma veramente diffusa negli anni ’70, il brano più lungo e sperimentale chiude il disco. “Laughin Tackle”, di Robinson, introdotta da un serrato giro di Gustafson sembra la colonna sonora del remake di un thriller di Hitchcock: stessa tensione ma equipaggiamento tecnologico. Per i dieci minuti del pezzo, il gruppo, e il tastierista in particolare, si confrontano anche con un ensemble d’archi (violini e viole) di oltre 20 elementi e, miracolo, non si perdono nella magniloquenza di Emerson, Lake & Palmer o nei ridondanti arrangiamenti dei Procol Harum o dei Vanilla Fudge (vedi The Beat Goes on … - eppure di questo gruppo, prima o poi bisognerà parlare seriamente…). L’uso dell’orchestra è morigerato, costantemente controllato e mai usato per stupire o per pretendere di fondere Beethoven e i Rolling Stones. Questo resta comunque il momento più progressive di un gruppo che si fonda essenzialmente su una solida base hard rock.

Le due “bonus track” presenti sulle ristampe in CD furono registrate all’inizio del 1971 a Londra, primo nucleo di un nuovo album che mai vedrà la luce. Se “Punting” esprime in nuce l’insospettabile lato freak di Gustafson (esibito con chiarezza su Bolex Dementia, album che il bassista registrerà con un altro fantastico e misconosciuto trio: Hard Stuff), “One Blind Mice” è nella stessa vena di “Black Sheep of the Family”, pur con una cattiveria, nella voce, nel tremendo riff di basso, veramente ai limiti dell’ heavy metal.

Ancora una parola; se della musica si è già detto fin troppo, vorrei spostare l’attenzione sull’efficacia anche visiva di questo lavoro, esemplificata nella meravigliosa copertina partorita del geniale studio Hipgnosis (che curava le pubblicazioni di tutti i maggiori gruppi dell’epoca): uno stormo di pterodattili in picchiata tra due grattacieli ritratti in una prospettiva impossibile. Immagine che si carica di significati sinistri e drammatici dopo i fatti del famigerato 11 settembre americano… Dinosauri culturali che si abbattono sulla tecnologia e il progresso.

Per quanto riguarda le edizioni e le ristampe il CD Repertoire del 1996 ha un bel libretto con foto a colori di archeologia industriale che ben inquadrano alcuni tratti del sound del gruppo, ma la masterizzazione non è eccellente; meglio le edizioni più moderne sempre di casa Repertoire o Akarma (quest’ultima titolare di una ristampa in vinile addirittura su doppio LP…).

In fine, resta il problema del successo, della notorietà. Che il gruppo non ha mai trovato, che se la meritasse o meno. Quali strade ha preso la fama in un’epoca dove (fortunatamente) mancava il battage promozionale moderno è materia di studio interessante. I Quatermass hanno detto la loro: a noi ascoltatori raccoglierla.



Lineup

John Gustafson: Basso, Voce
Peter Robinson: Tastiere
Mick Underwood: Percussioni





Lato A

01.Entropy  
02.Black Sheep of the Family  
03.Post War Saturday Echo  
04.Good Lord Knows  
05.Up on the Ground 

Lato B

06.Gemini  
07.Make up Your Mind  
08.Laughin Tackle  
09.Entropy

Bonus tracks (ristampe Repertoire e Akarma)

10.One Blind Mice  
11.Punting   

Recensione
Alter Bridge - Walk The Sky

LiveReport
Volbeat - Rewind, Replay, Rebound World Tour - Milano 14/10/19

LiveReport
Pixies - UK & Europe Tour 2019 - Bologna 11/10/19

Recensione
Nick Cave & The Bad Seeds - Ghosteen

Videointervista
Lacuna Coil: Cristina Scabbia, Andrea Ferro

Recensione
Lacuna Coil - Black Anima