Ahab
The Call Of The Wretched Sea

2007, Napalm Records
Doom

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 27/03/09

"The odyssey of the ship Pequod and its captain, Ahab, is a well worn tale of bad omens and obsession."


E' impossibile parlare di The Call of the Wretched Sea senza fare riferimento al concept che si cela dietro a queste note, difficile non cogliere il continuo parallelismo tra musica e testo che ci guida nella comprensione di questo lavoro. Proprio per questo motivo, il breve estratto dal prologo (presente nel booklet) in testa alla recensione è forse più importante di tutte le parole che seguiranno, racchiudendo al meglio lo spirito che ha guidato gli Ahab in questo magnifico debutto discografico. Il riferimento letterario mi pare ovvio a questo punto, stiamo parlando del celeberrimo romanzo di Herman Melville, Moby Dick. Un riferimento che va ben oltre la copertina, ma che è insito nella musica del terzetto tedesco, una specie di guida che anima le composizioni, un tessuto su cui costruire la propria colonna sonora, dando vita a quello che la band chiama Nautik Funeral Doom.


Quella che potrebbe sembrare una trovata bizzarra da parte della band per ritagliarsi un piccolo spazio nella scena funeral, è in realtà la vera chiave di volta attorno a cui si sviluppa The Call of the Wretched Sea. Ascoltando, ma soprattutto vivendo il lavoro, ci si accorge che quel "nautik" non è affatto fuori luogo, in quanto, come gia accennato, la simbiosi tra liriche e musica che gli Ahab hanno raggiunto è totale, indissolubile, un binomio di fattori che traggono forza l'uno dall'altro, giustificando pienamente questa nuova "catalogazione".


"None of the sailors realize the danger they are in until they are at sea..."


Potremmo descrivere le canzoni di questo album come dei veri e propri capitoli, che scandiscono il tormento e la fermezza del capitano Ahab, il giuramento dei suoi marinai ottenebrati dall'alcool, la ricerca del famigerato cetaceo per i mari, la scoperta, e la lotta tumultuosa. Il tutto condotto secondo i dettami del funeral doom più opprimente e desolante, padroneggiato dai nostri con cura, facendo affiorare all'occasione le diverse sfaccettature proprie di questa musica, all'apparenza così semplice, ma in verità difficilissima da sviluppare, bisognosa di un sensibilità e di un'ispirazione notevolissima. Elementi che fortunatamente gli Ahab possiedono abbondantemente, esprimendo un songwriting accorto, dando il giusto spazio alle melodie strazianti, ai riff ipnotici, agli ottimi arpeggi, senza appesantire troppo i brani, scongiurando il rischio di soffocare e tediare l'ascoltatore.


Ahab:

"Look sharp, marines!"

"Dead whale or sunk boat!"

"Hunt him 'til he spouts black blood"

"And rolls fin up!"


Grande attenzione è stata riposta dagli Ahab nel sottolineare alla perfezione il significato delle lyrics, cucendovi addosso l'atmosfera più appropriata. Infatti nelle battute iniziali di The Call of the Wretched Sea si apprezza principalmente il lato più epico del disco, partendo dall'animo tormentato del capitano che si predispone alla battaglia con Below The Sun ("...Pull me, into deep, My body - drowned, But my hate is immortal..."), rivolgendosi accoratamente al teatro in cui si svolgerà il tutto con The Pacific ("...Oh, ye great mysterious shepherd of waves, Offer me your secrets, So he shall spout thick blood..."). Fin quando avviene il sospirato avvistamento, e la lotta contro il "mostro" si fa prossima, una lotta che si eleva all'eterno conflitto tra l'uomo e Dio ("I am God's assassin"), con i monumentali riff di Old Thunder. Brani che trasmettono tutto il pathos di quei momenti, con slanci epici di rara bellezza, evocati dalle sei corde di Daniel Droste e Chris Hector, con chitarre angoscianti, pregevoli arpeggi e lead guitars ispiratissime.


Death to Moby Dick

god hunt us all,if we do not hunt Moby Dick to

his Death !


Dopo una breve pausa, con l'intermezzo Of The Monstrous Pictures Of Whales, si cambia registro. Gli Ahab abbandonano l'epicità della prima parte per lasciare posto alla desolazione pura, inasprendo la potenza delle ritmiche, con il growl catacombale di Daniel Droste sempre più protagonista delle composizioni. Le litanie dei primi brani scompaiono del tutto, facendo affiorare solo la durezza delle distorsioni. Del resto con The Sermon si arriva alle fasi più aspre del lavoro, con Ahab e Moby Dick a fronteggiarsi con violenza ("...I saw the opening maw of hell, With endless pains and sorrows there..."), in cui è stato omaggiato il famoso film che ha visto protagonista un grande Gregory Peck. Ma non è finita qui, perchè The Hunt non dà tregua, in cui i cori iniziali si trasformano progressivamente in urla raggelanti, raccontando con desolazione il fulcro dell'opera ("...Screams from the lookout: Whale ahead! I want this whale, I want it dead!..."), chiudendo con la tragica Ahab's Oath, le avventure narrate sin qui.


Un disco vibrante, monumentale, ipnotico, affascinante, che sa esprimere malinconia e male di vivere. Quella che poteva sembrare una soluzione leggermente fuori luogo da parte della band, la scelta di un tema inusuale per il funeral, è stata trattata con maestria, riuscendo a conferire alla musica diversi toni, senza perdere mai in intensità. The Call of the Wretched Sea è un disco che vale la pena di ascoltare, e a cui bisogna dedicare tutto il tempo necessario. Non è un album semplice, ma una volta entrati nel mondo degli Ahab, è davvero difficile uscirne.





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