Coldplay
Viva La Vida Or Death And All His Friends

2008, Parlophone/Capitol
Pop Rock

Finalmente un disco che giustifica il successo interplanetario dei Coldplay
Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 18/04/09

Ho sempre ritenuto i Coldplay la band migliore dell’universo (come molti media accreditano) sì, ma in “lagnosaggine”. Incredibile per il sottoscritto vedere come un gruppo tanto lamentoso e lamentevole abbia avuto un successo planetario di così vasta portata. “Viva La Vida Or Death And All His Friends” è il loro quarto album in studio, e l’aggettivo con cui mi sento subito definirlo è straordinario, nel senso più letterale del termine.

Questo, difatti, non è il solito lavoro fatto di ballad zuccherose stile Coldplay: è un album che si apre su un arpeggio di banjo, che prosegue su sognanti sintetizzatori ed hammond (e qui il marchio Brian Eno alla produzione si fa sentire tutto), ed ha una sezione ritmica sostenuta da vere percussioni. Le chitarre elettriche, quando presenti, sono usate al limite dello shoegaze (ascoltate la parte finale di “Yes”), e l’ispirazione latina è già evidente sin da “Cemeteries Of London” (che segue la sospesa intro strumentale di “Life In Technicolor”) e prosegue convinta su “Lost!”, una delle tracce migliori del lavoro. “42” inizia come una tipica ballata Coldplay, salvo quindi esplodere in una derivazione progressive anni ’70 che fa riconsiderare immediatamente il valore artistico del pezzo, mentre “Lovers in Japan” è una canzone energetica e fresca che, purtroppo, vede forse nella sua coda “Reign Of Love” il punto più basso di tutto il cd.

Come se non avessimo già abbastanza carne sul fuoco, i Coldplay con “Yes” inseriscono i violini e l’orchestra, usati su magnifici arabeschi che mai ti aspetteresti dalla band inglese. Seguono quindi due tracce che tutti oramai abbiamo imparato a conoscere: il presunto plagio a Joe Satriani (che io non sento minimamente) della title-track “Viva La Vida” (un brano di epica disperazione esistenzialista, in cui ognuno può sentirsi coinvolto – e sì, sono d’accordo: il coro da stadio “oooh” è facilone e banale, ma quanto ci vuole in quella canzone!) e la marcia incalzante e sincopata di “Violet Hill”. “Strawberry Swing” è forse la canzone più disimpegnata ed easy del CD, ma non per questo meno interessante, quindi l’album si chiude in modo molto naturale con il suo “altro titolo”, ovvero “Death And All His Friends”: una ballata in crescendo che pare firmata dai maestri U2.

Avevo detto in apertura che questo è un album straordinario in senso letterale, ora ribadisco il concetto  aggiungendo che lo è anche in senso più emozionale. Favoloso il lavoro operato dai Coldplay a livello di sound, specialmente dopo aver venduto come niente 50 milioni di dischi: una completa rivoluzione, che li ha coinvolti persino a livelli di immagine. Ammetto di averli decisamente sottovalutati: tutto questo successo se lo meritano se continueranno a progredire in modo così interessante.

Certo, alle spalle abbiamo sempre tre album di rock lagnoso con cui fare i conti, ma l’affresco dipinto con questo “Viva La Vida Or Death And All His Friends” è vivido ed intenso esattamente come il magnifico quadro usato nella copertina dell’album (il celebre “La Libertà Che Guida Il Popolo” di Eugène Delacroix). Io li ho piacevolmente rivalutati, mentre i fan convinti dovrebbero gioire di avere per le mani un quarto album in studio della loro band preferita più interessante di tutti gli album che lo hanno preceduto messi insieme. Non vedo, quindi, alcun motivo per cui non si debba promuovere l’opera a pieni voti. Bravi Coldplay, continuate così.




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