Sigur Ros
Von

1997, Smekkleysa
Post Rock/Ambient

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 17/03/12

Dare 4,5 ad un disco dei Sigur Rós potrebbe sembrare una provocazione critica ma, per il mio personalissimo modo di vedere le cose, è l’esatto opposto: considerare in qualche modo sufficiente questo esordio discografico dell’allora trio islandese è la vera provocazione critica, soprattutto quando la band stessa ha fatto di tutto per farci dimenticare dell’esistenza di questo inciso. Come altrimenti spiegare il fatto di voler titolare il secondo - e di ben altra caratura artistica - lavoro "Ágætis Byrjun" (“un buon inizio”), con un Kjartan Sveinsson in formazione che, con la sua venuta, pare avere infuso gusto e personalità nel processo compositivo della band. Poi, il voler riproporre, in occasione dell’inciso ibrido “Hvarf-Heim” quanto di (poco) buono fu fatto in occasione di "Von", il tutto, però, riletto con l’esperienza e le capacità emerse nel corso degli anni.

Già, perché in fondo bisogna capire che i membri della band, all’epoca della prima stampa di questo disco nel 1997, avevano poco più di 20 anni, ed è proprio con la sconsideratezza giovanile che si giustifica e spiega una doppietta in apertura come “Sigur Rós ” e “Dögun”: 16 minuti circa di ambient di discutibile efficacia che ha, negli effetti, la piena consistenza del vuoto. Il problema di "Von" è davvero tutto qui: nell’essere inciso in cui la musica è davvero poca e dispersa in una marea soffocante ed infinita (70 minuti di durata totale) di pura cacofonia dai presupposti eccessivamente compiaciuti ed arty; possiamo dire che siamo effettivamente di fronte ad un qualcosa di sensato e proponibile giusto nello shoegaze inglese di “Myrkur”- ma tu pensa, il singolo - o nella titletrack ed in “Hafssól”, guarda caso proprio i due brani che, poi, verranno riproposti a lungo nella carriera live della band post-successo travolgente di "()" – anche se completamente stravolti nell’arrangiamento, tanto da renderli irriconoscibili.

"Von", negli effetti, fu un disco che, all’epoca della sua prima uscita sul mercato, vendette assai poco, ma che fu prontamente recuperato dopo il terzo, leggendario inciso in studio, quando un certo Cameron Crowe, utilizzando certe canzoni da "()" per musicare un certo film di una certa notorietà dal titolo “Vanilla Sky”, fece conoscere al mondo le potenzialità di una band che, sin dal 1999, aveva negli effetti riscritto i canoni del post-rock. Se ne furono accorti in pochi prima di quel film, ma, poi, per i Sigur Rós la strada fu tutta in discesa. Cavalcando, quindi, l’onda di entusiasmo e di consenso che travolse i nostri a partire dal 2001, ecco che nel 2004 questo esordio fu ristampato con una nuova veste grafica (la stessa che vedete come cover di questo articolo) e dato in pasto a coloro che ebbero - ed hanno tuttora - voglia di riscoprire le “origini del mito”.

Tuttavia, un conto è voler soddisfare la propria smania filologica, un altro paio di maniche è parlare di un’opera discografica in grado di schiudere interi, inediti universi sonori. Perché, signori: sì che quell’opera esiste, e sì che ha la firma Sigur Rós, ma il suo titolo è “Ágætis Byrjun”, ed è da lì che si può cominciare ad apprezzare una delle band più uniche ed incredibili che si siano affacciate sul pianeta Terra, venendo da quel piccolo mondo a sé stante che alcuni cartografi hanno definito “Islanda”. "Von" ha, invece, come unico pregio il fatto di farci capire come un esordio discografico malriuscito non sempre coincida, poi, con le reali ed effettive potenzialità di una band, qualità destinate ad emergere magari con le persone giuste, nei tempi più giusti e nei modi giusti.

Ed è ironico, nonché emblematico, che "Von" significhi “speranza”: perché c’è sempre la speranza che, dietro ad un esordio discografico pessimo, si nasconda poi la vera forza di stravolgere i canoni della propria musica. E’ un evento raro, ma - fortunatamente - non unico; fatene dovuto tesoro, band che state fronteggiando inizi tutt’altro che buoni.



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