The Black Keys
El Camino

2011, Nonesuch Records
Blues Rock

Ritorna il duo che piace ai nostalgici dei "vecchi tempi" e fa impazzire le nuove generazioni
Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 20/02/12

Sette pubblicazioni in undici anni di attività, che diventano otto se includiamo un live album datato 2008: quasi un primato per questo duo statunitense proveniente dall'Ohio. Un successo strepitoso di critica e pubblico culminato con questo “El Camino” (uscito sul finire del 2011), un album che ha portato la band sui migliori palchi di tutto il mondo, registrando un numero record di date sold-out (anche in Italia, giusto poco tempo fa). Insomma, la fama non manca a questi due ragazzi... Ma oltre alla fama, i Nostri non mancano di inventiva. Cavalcando l'onda della rinascita dell'alternative rock sul finire degli anni '90, Daniel Auerbach (voce e chitarra) e Patrick Carney (batteria) hanno modernizzato il proprio sound, basato su un revival blues rock con fortissimi richiami ai grandi classici, attraverso ritmi e contaminazioni inusuali. Una ricetta assolutamente esplosiva, che ha attirato nuovi fan di album in album, oltre a compiacere la critica che ha sempre lodato questa formazione, facilmente definibile coraggiosa.

“El Camino” non delude le attese. A poco più di un anno dall'acclamato “Brothers” esce quello che si può definire il disco più forte e meglio strutturato di tutta la carriera dei The Black Keys, un album che si divide a metà tra un sound moderno e un tocco di classico, con alcuni inaspettati richiami ai Jethro Tull e altre band del periodo. La partenza con “Lonely Boy” è energica e frizzante, caratteristica che si manterrà nel corso dell'opera, con i dovuti e tipici rallentamenti del genere. Il ritornello estremamente catchy entra in testa e si fa fatica a tirarselo fuori, se non passando alla seguente “Dead And Gone”, altro grande pezzo dal ritmo sincopato che ricorda un po' i The Police dei primi anni. Una piccola menzione la merita “Little Black Submarines”, che riporta la mente agli anni '70 e allo sviluppo del rock come lo conosciamo oggi. La partenza è lenta, ma una brusca accelerazione centrale dona movimento e dinamismo al brano, che spezza un po' il ritmo generale del full-length e permette all'ascoltatore di rilassarsi un paio di minuti (quasi spaccati) per poi riprendere a tutta velocità. Brani come “Run Right Back” e “Hell Of A Season”, entrambi apparentemente semplici ma con una struttura di fondo piuttosto articolata, tendono a mettere radici piuttosto in fretta nella memoria di chi ascolta, nella quale rischiano di sedimentarsi.

Di fatto, “El Camino” è un album che si potrebbe ascoltare all'infinito senza mai stancarsi. È pieno di brani che in superficie sembrano catchy ed estremamente easy listening, ma una volta abituato l'orecchio ad un sound così “anacronistico”, si scopriranno piccoli tocchi di chitarra o batteria, qualche filtro vocale in più, che rendono ogni brano unico e inimitabile, anche dopo il quindicesimo ascolto. Ma oltre ad essere estremamente longevo, il disco pare essere stato scritto e strutturato per accompagnare chi lo ascolta nelle faccende di tutti i giorni, e risulta assolutamente perfetto per viaggiare in macchina. Lasciate scorrere la musica e invece che il tragitto casa-lavoro vi parrà di viaggiare su una strada nuova. In sostanza, “El Camino” si aggiudica un posto tra le migliori uscite dello scorso anno, proprio per la forza e l'impatto che genera. Perfetto per i nostalgici dei vecchi tempi ma anche per approcciarsi alla band per la prima volta (pur essendoci stata una sostanziale evoluzione nel corso della carriera dei The Black Keys, il sound si è mantenuto bene o male lo stesso per tutti questi anni). Questo disco vi intratterrà per molto tempo; c'è da dubitare che brani come “Gold On The Ceiling” o “Money Maker” vi lasceranno fermi dove siete.



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