Peter Gabriel
New Blood

2011, EMI
Indie

Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 11/10/11

Definire Peter Gabriel un genio è semplice, addirittura scontato. Basta osservare la sua carriera, a partire dagli anni passati coi Genesis, per intravedere la sua mente brillante; oltre quarant'anni di militanza nel mondo della musica, di sperimentazione, di contaminazione tra generi diversissimi, dal progressive rock più complesso al synth-pop, dalla world music alla Motown, dovrebbero bastare. Tuttavia, con questo nuovo album, la voglia di sperimentare e superare i propri limiti viene portata all'estremo: per la prima volta, Gabriel decide di cimentarsi con la musica classica, confermando la sua assoluta genialità.

Assieme a John Metcalfe, arrangiatore neozelandese già al lavoro sull'ultima fatica dell'artista, "Scratch My Back", Peter Gabriel prende alcuni tra i suoi pezzi più famosi, li spoglia e li riveste con nuovi abiti, li spolvera e dona loro nuova vita, "nuovo sangue" appunto, attraverso i quarantasei elementi della "New Blood Orchestra". L'operazione è a dir poco rischiosa e, sebbene i primi esperimenti con arrangiamenti di questo tipo siano andati più che a buon fine, il rischio di deludere i fan più accaniti è sempre dietro l'angolo quando si decide di rimaneggiare brani ormai entrati nella storia della musica. Non sono rari gli esempi di album ri-masterizzati o addirittura ri-registrati che hanno deluso sia la critica che il pubblico, principalmente perchè questi hanno perso carica o sentimento, oppure perchè li si vede ome una semplice operazione commerciale. Non siamo di fronte ad un caso di questo tipo: "New Blood" è sì una ri-registrazione in chiave orchestrale di brani storici, ma è qualcosa di nuovo, è un azzardo, l'intento stesso è quello di creare qualcosa di totalmente rivoluzionario. Già con il precedente album l'artista si era cimentato con qualcosa di simile ("Scratch My Back" è un disco per soli orchestra e voce), ma in questo caso il lavoro è molto più complesso, poiché non si tratta più di cover ma di pezzi propri. Il tipo di riarrangiamento scelto per "New Blood" ci fa pensare che i brani siano stati scritti in questo modo già in origine, come se fossero nati per essere arrangiati da un'orchestra. L'approccio minimalista di molti compositori moderni si mescola alle tipiche sperimentazioni e agli azzardi di Gabriel, che ci propone sì delle versioni nude delle proprie canzoni, ma le arricchisce con elementi del tutto nuovi e linee strumentali inedite che donano loro nuova linfa vitale.

Benché i brani selezionati ricoprano un arco di tempo incredibilmente ampio (oltre trentanni di carriera), la compattezza del sound e la struttura complessiva fanno pensare a composizioni completamente nuove, nate nell'ultimo anno. Basti pensare a "Solsbury Hill", il brano più "vecchio" tra quelli qui presenti, che non solo si attesta come grande classico del rock, ma dimostra come Gabriel abbia precorso i tempi già all'inizio della sua carriera solista. Un brano così d'impatto, dalla struttura apparentemente semplice, mostra in questo contesto tutta la sua complessità, proprio in virtù del nuovo arrangiamento sinfonico. Arrangiamento che è stato più che minuzioso. Per farsi un'idea, basta confrontare le due versioni "The Rhythm Of The Heat", opener sia del quarto album omonimo che di questo "New Blood". L'originale contiene un'incredibile sezione ritmica, quasi impossibile da replicare senza l'uso di una batteria; nella rivisitazione attuale, grazie ad un uso particolarmente ispirato delle percussioni e degli ottoni, l'atmosfera avvolgente non va persa, anzi, si espande, grazie anche alla presenza dei cori di Melanie Gabriel e Ane Brun che accompagnano la voce di Gabriel e trasformano il monologo originario in un dialogo, aumentando ancora di più quella particolare sensazione di disagio che una canzone del genere può trasmettere.

Due voci che ritroveremo nel corso di tutto l'album, entrambe con il proprio momento protagonista. Melanie Gabriel si fa notare su "Downside Up", uno dei brani più recenti del lotto; il duetto con il padre è tra i più riusciti di tutta l'operazione. In sede live questo brano si trasforma in uno dei momenti più emozionanti, soprattutto grazie all'incredibile macchinario che permette ai due di cantare appesi a testa in giù. Anche in questo caso la sensazione di ampiezza, di spazio e di vastità si ripresenta, incarnata dagli archi sfuggenti che ricreano il movimento del vento. Ane Brun è protagonista di "Don't Give Up", nel ruolo che in origine fu di Kate Bush. Purtroppo, questa è anche l'unica nota dolente del disco. Oltre ad essere la canzone che ha ricevuto il trattamento meno generoso (la nuova versione aderisce parecchio all'originale) la mancanza della Bush si fa sentire in maniera pesante e la priva di gran parte della sua particolarità e della sua bellezza. Ne guadagna la base, leggermente ampliata rispetto all'originale, ma "Don't Give Up" non rende esattamente allo stesso modo, soprattutto perchè la voce della Brun non è pulitissima, ma sembra fragile e pronta a spezzarsi ad ogni nota. Scegliere una voce come questa per fare da contraltare a quella quasi rauca di Gabriel non è stata la scelta migliore.

Al contrario, ci sono brani che guadagnano molto: "Intruder", "In Your Eyes" e "Red Rain"sono gli esempi più palesi. La prima da brano dalla complessità non indifferente e dall'atmosfera inquietante (in parte dovuta agli esperimenti con il gated drum) diventa un pezzo a dir poco angosciante, quasi da colonna sonora horror, così come "Darkness". "In Your Eyes" passa invece da un arrangiamento composto da forti contaminazioni tra rock e world music ad un brano dai forti echi nymaniani, con la lunga intro che lascia spazio agli archi prima dell'inserimento della voce. "Red Rain" merita invece una menzione a parte. Già complessa dal punto di vista strumentale (basti pensare all'intro con l'hi hat di Steve Copeland che simula la pioggia, qui riproposto con gli archi, gli ottoni e il pianoforte), la canzone esplode, letteralmente, in un esercizio barocco in cui le varie sezioni dell'orchestra suonano all'unisono, creando un effetto estremamente articolato che cattura l'ascoltatore in un incredibile vortice di emozioni. Se l'opener è angosciante, "Red Rain" è un'esplosione di colori, di suoni e di sensazioni più leggere, semplici da assimilare, che culminano nell'ultimo ritornello e nel crescendo finale, per poi calare di colpo sugli ultimi due versi che chiudono quello che probabilmente è il brano più rappresentativo dell'opera.

Come molti artisti prima di lui (per citarne due, Michael Nyman e l'italiano Roberto Cacciapaglia), Gabriel ritorna alle origini della musica occidentale, all'orchestra e ad un approccio minimale adattandolo alle proprie esigenze e alla propria sensibilità di grande sperimentatore. Pur spogliando le proprie canzoni, Gabriel le riveste con abiti ancor più ricchi e sontuosi, più eleganti e nobili. Pochi altri sarebbero stati in grado di mantenere intatta l'anima stessa delle proprie canzoni. Da questo punto di vista, "New Blood" è un esperimento ardito ma riuscito, anche nell'unico inedito ("A Quiet Moment"), un album più maturo rispetto alle prime sperimentazioni di "Scratch My Back", un lavoro che dona una nuova dimensione al concetto di rock sinfonico, rendendo "rock" anche la musica classica, benchè non si possa parlare di una distinzione così netta. Il risultato finale è un perfetto mix dei due generi che diventano complementari tra loro; in questo modo si ampliala definizione stessa di rock ad una forma espressiva che trascende la presenza delle chitarre distorte, della batteria e del basso. Anzi, "New Blood" dovrebbe essere preso ad esempio da tutti coloro che scrivono musica in chiave sinfonica in ambito rock e metal, perchè proprio grazie al suo dinamismo e alla completezza con cui sono stati pensati gli arrangiamenti non esistono vuoti o momenti morti. Un disco che emoziona dall'inizio alla fine, senza compromessi e con una forza talmente dirompente da lasciare esterrefatti.



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