Blink-182
Neighborhoods

2011, Interscope Records
Punk Rock

I Blink-182 prendono spunto dalle proprie tragedie e incidono il loro album più oscuro
Recensione di Eleonora Muzzi - Pubblicata in data: 30/09/11

Sei anni, due side-project, un tour, un incidente aereo, la morte di un amico che ha fatto loro giurare di non suonare mai più "Adam's Song" dal vivo. Ecco i fatti salienti intercorsi tra lo split dei californiani Blink-182, datato 2005, e questo nuovo album in uscita a fine settembre. Molti fan saranno in trepidante attesa da circa un anno, se non dal fatidico momento in cui venne annunciata l'uscita del sesto disco della band per il 2011 (in origine l'album era previsto per la primavera, ma alcuni ritardi nelle registrazioni lo hanno fatto slittare fino all'inizio dell'autunno). Nessun'altra stagione potrebbe essere più azzeccata per accompagnare il nuovo LP.

"Neighborhoods" sembra essere infatti un album estremamente oscuro; lo si capisce fin dalla tracklist, dove non compare un solo titolo che dia qualche indizio di allegria o di scherzosità. Sarà facile che alcuni fan possano rimanere profondamente delusi da questo disco, soprattutto quelli che si aspettano un "Enema Of The State" parte seconda. Non è decisamente il caso; la band già con il precedente album omonimo (2003) ha intrapreso un nuovo percorso, lasciando da parte le goliardate e concentrandosi su una musica più adulta. I tempi delle canzoncine allegre come "Josie" o "All The Small Things" erano già terminati all'epoca: basta video al limite della stoner comedy (vedi "First Date" o "What's My Age Again"), più spazio alle sonorità esplorate da "Adam's Song" e "Stay Together For The Kids". Il trio californiano ha osato spingersi verso sonorità più "dark", anche per omaggiare una delle loro band preferite, i The Cure (Robert Smith compare addirittura in veste di ospite in uno dei brani), tant'è che una buona dose di introspezione aleggia persino sui brani più "leggeri". L'altra novità principale riguarda le influenze hip hop del batterista Travis Barker, che si fanno sentire in modo più marcato, soprattutto nelle ritmiche ("Down" ne è l'esempio più palese).

Cosa è cambiato da allora? Semplicemente questo nuovo album è una sorta di "Blink-182" portato agli estremi. Un disco malinconico, triste, oscuro, anche nei momenti più leggeri, principalmente racchiusi nella seconda metà dell'album. Gli eventi che hanno costellato la vita dei tre non più giovanissimi punk rockers si riflettono nel loro modo di comporre ed è più che evidente che il nuovo corso sia ancor più improntato all'introspezione, a raccontare un certo tipo di sentimenti e sensazioni che spingono alla malinconia; "Ghost On The Dancefloor", l'opener, è uno degli esempi più lampanti. Si racconta che in un primo momento Barker abbia avuto dei problemi con questa canzone, a causa dei ricordi ad essa associaiti, ovvero l'incidente aereo in cui lo stesso musicista è rimasto ferito, rischiando di morire, e la morte di DJ AM, grandissimo amico della band, avvenuta pochi giorni dopo. Stesso discorso per il primo singolo estratto, "Up All Night". Si potrebbe pensare ad una canzone che tratta di feste e divertimento, ma in realtà si tratta di una cruda invettiva contro l'ipocrisia e le problematiche della vita; si parla, seppur non esplicitamente, di problemi seri, tradimenti e bugie, descritti come "demoni" che impediscono di dormire. Fino a "Heart's All Gone Interlude" e "Heart's All Gone" (canzone divisa in due come all'epoca di "Easy Target" e "All Of This", il duetto con Roberth Smith), rimaniamo nell'ambito più cupo della storia della band. Nemmeno la più spinta e tradizionale "Natives" riesce a spezzare la sensazione di malinconia che permea le varie tracce. "Snake Charmer" sembra uscita da un disco dei The Cure degli anni '80, soprattutto per via dell'intro che ricorda vagamente la clelebre "Pictures Of You". Con il terzetto composto da "Wishing Well", "Kaleidoscope" e "This Is Home" rientriamo in un territorio conosciuto e decisamente più familiare, un punk rock dalle venature pop, per quanto non si esca del tutto dal seminato. Certi momenti, esattamente come in "Snake Charmer", ricordano molto la band di Robert Smith.

Non manca inoltre, per tutto l'arco dell'album, un certo grado di sperimentazione e di contaminazione di generi, dovuto soprattutto al background hip hop di Barker. Brani come "After Midnight", la già citata "Heart's All Gone Interlude" e "Fighting The Gravity", ma anche "Ghost On The Dancefloor", rientrano perfettamente nell'ambito delle contaminazioni, soprattutto per il lavoro di effetti e filtri che emerge a più riprese. Altro elemento di novità per i Blink-182 è l'inserimento della tastiera che va a creare una certa atmosfera che ben si accorda al contesto generale del disco.

"Neighborhoods" non è certamente un album privo di difetti, ma l'alto tasso di sperimentazione che caratterizza questa release giustifica un po' di azzardi non proprio riusciti. In certi momenti l'opera sembra perdersi in qualcosa di indistinto, ma recupera il filo del discorso nel giro di pochi secondi. Stona un po' il posizionamento di un brano come "Natives", così energico rispetto a quelli che lo precedono e seguono, che lo fa sembrare fuori contesto. Certamente una miglior disposizione dei brani avrebbe giovato moltissimo alla contestualizzazione generale delle canzoni, permettendo una differenziazione meno palese tra la prima parte più dark e la seconda un po' più "allegra", se di allegria si può effettivamente parlare.

Sostanzialmente, quello che abbiamo tra le mani è un album molto, molto potente, azzardato e sperimentale, fuori dai canoni di una band che, nel bene e nel male, ha segnato la storia della musica tra gli anni 90 e 2000. Nel suo essere così particolare e portando i segni di tanti eventi traumatici che si sono susseguiti nell'arco di pochissimo tempo nella vita del trio, è un album che serve ad esorcizzare i loro problemi, il che lo rende la release più forte dal punto di vista emotivo di tutta la carriera della band. Necessita di qualche ascolto concentrato per essere assimilato a dovere, data appunto la sua complessità e il suo impatto emotivo, ma è proprio questa potenza che lo rende speciale. Va ascoltato con concentrazione e senza preconcetti o aspettative per essere goduto appieno; solo a quel punto ci si renderà conto di che pasta è fatto "Neighborhoods".



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