Fleshgod Apocalypse
Agony

2011, Nuclear Blast
Death Metal

Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 25/08/11

Il secondo album dei Fleshgod Apocalypse è uno di quei lavori per cui vale la pena soffermarsi con attenzione. Tra le centinaia di uscite discografiche odierne, questa ha sicuramente una valenza doppia per il pubblico italiano: non capita infatti tutti i giorni di poter ascoltare una band tricolore con il supporto di una big come la Nuclear Blast, potendo quindi vantare un pacchetto (produzione/artwork/promozione) di prima classe. Se a questo vi aggiungiamo la crescente fama dei Fleshgod Apocalypse nella scena death nazionale e internazionale, maturata col debutto “Oracles” e con l'ep “Mafia”, bisogna dire che le premesse per ascoltare con attenzione “Agony” ci sono tutte.

Tanta carne al fuoco, tanto materiale per riaccendere il dibattito sulla caratura delle band italiane troppo spesso sottovalutate, per dare un motivo a chi preferiva lo stile più asciutto dei nostri e che puntualmente si scaglierà sulla major di turno, rea di aver “rovinato” la giovane band underground in ascesa. Insomma, “Agony” è sicuramente un album che non lascia indifferenti, un lavoro molto strutturato, che non è altro, a nostro parere, il coronamento di quello che i nostri avevano in mente sin dal principio: unire la brutalità del death metal più oltranzista, a sonorità classiche. Quale occasione migliore dunque per dare fondo a tutto e fare le cose in grande?

Su questo non ci piove: i Fleshgod Apocalypse hanno profuso il massimo sforzo in entrambe le direzioni, creando un mostruoso ibrido iperviolento e barocco, in un sound che sicuramente non si perde nell'anonimato. Benché sia ben lungi dall'essere innovativa come trovata, difficilmente altrove si può trovare una commistione così volutamente radicata nel cuore di ogni composizione, per la serie non basta piazzarci un po' di orchestra campionata e stop. Assolutamente, i Fleshgod Apocalypse si pongono su un livello ben più alto. Una ricerca così assidua che d'altro canto ha avuto, nella valutazione generale del disco, uno strano effetto negativo, affossando oltremodo la componente death, trasformando l'album (per assurdo) in un lavoro sinfonico con influenze death, e non viceversa, come avrebbe dovuto essere. Probabilmente questo squilibrio è da ricercare in una produzione che privilegia moltissimo la componente classica, relegando tutto il comparto delle chitarre in secondo piano, con la solita batteria sparata a mille.

Oltre a questo, non possiamo nasconderci dietro un dito e chiudere un occhio in virtù di un campanilismo sterile dilagante (imperante quando si ha a che fare con buoni prodotti italiani): “Agony” perde molti punti proprio sotto il profilo della scrittura. Tracce come al solito violentissime ma a cui manca l'ispirazione che ci saremmo aspettati per un'occasione così importante. I brani scorrono troppo simili l'un l'altro, tanto che durante i primi ascolti si fa quasi fatica a individuare gli stacchi tra le canzoni senza tenere sott'occhio il player, come se a voler mettere in mostra tutta la potenza (notevole) e la “classicità”, i nostri si siano un po' scordati di variare maggiormente la tracklist. Finché si ascolta un pezzo alla volta le cose funzionano, ma una volta messi in fila, insomma, la volontà di skippare arriva ogni tanto e quando si giunge al primo mid tempo del disco, con “The Forsaking”, si rimpiangono le velocità siderali ascoltate sin qui. Altra nota poco felice, per usare un eufemismo, è il cantato pulito del bassista Paolo Rossi, dalla tonalità quasi irritante, troppo alta per le sue corde e non sempre ben amalgamata al resto (“The Violation” su tutte). Ci rendiamo conto che non è un lusso per tutti poter annoverare un cantante come ICS Vortex tra le proprie fila (non l'unico punto in comune, almeno concettualmente, coi Dimmu Borgir), ma una maggiore accuratezza in studio era d'obbligo, visti i grandi sforzi compiuti per “Agony” in ogni altro aspetto del disco.

Un album con pregi e difetti dunque, dettati più che altro da pignoleria da redattore. Siamo sicuri invece che al metallaro medio “Agony” piacerà moltissimo, potentissimo, sinfonico, rifinito alla grande e bombastico al punto giusto. Per chi invece ascolta la musica con orecchio più critico, “Agony” è un'occasione non sfruttata a dovere per i Fleshgod Apocalypse, volenteroso ma ancora troppo acerbo, ma considerato il livello attuale della scena metal, una buona base di partenza.



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