Killswitch Engage
The End Of Heartache

2006, Roadrunner Records
Metalcore

Recensione di Lorenzo Zingaretti - Pubblicata in data: 20/06/11

Negli U.S.A. la figura del good cop/bad cop, usata negli interrogatori e resa celebre dagli innumerevoli film a tema poliziesco prodotti oltreoceano, rappresenta appunto il confronto tra un imputato e due poliziotti, dei quali l’uno recita la parte dell’amicone, in un atteggiamento simpatetico verso chi viene interrogato, mentre l’altro lo attacca senza tregua, è più violento sia a livello verbale che nei comportamenti. Ora vi domanderete cosa c’entri tutto questo con la recensione di un disco: domanda più che legittima, ed ecco la pronta risposta. La critica musicale americana usa infatti questa terminologia per indicare l’alternanza di stili vocali tipica del metalcore, dove le harsh vocals (che giocano il ruolo del poliziotto cattivo), lasciano spesso spazio, in particolar modo nei ritornelli, al cantato pulito (inutile dirlo, l’amicone in divisa di cui si parlava sopra). Questa caratteristica principale è accompagnata poi da riff di matrice svedese (se solo gli At The Gates avessero un euro per ogni giro di chitarra copiato da “Slaughter Of The Soul” sarebbero più ricchi degli U2) e dagli immancabili breakdown. E c’è un gruppo che più di ogni altro ha segnato la strada nel genere, pescando a piene mani da questo bel minestrone per fungere da punto di riferimento per miriadi di followers: si tratta dei Killswitch Engage, quintetto del Massachusetts che vanta all’attivo cinque dischi. In questa sede si parla del loro terzo album, intitolato “The End Of Heartache”, il primo dopo il cambio dietro al microfono, dato che Howard Jones a partire da questo lavoro sostituisce il precedente vocalist Jesse Leach (che non lesina però il suo aiuto agli ex compagni, essendo ospite nella seconda traccia).

Come dicevamo, per operare una semplificazione brutale ,il metalcore di basa su giri di chitarra a fortissime tinte melodic death e su una voce che passa dallo scream al clean con discreta frequenza. Moltiplicate le schema per dieci (sì, le tracce sono dodici, ma due sono dei brevi intermezzi strumentali) e otterrete la sostanza di questo “The End Of Heartache”. Recensione chiusa e disco bollato come ripetizione di se stesso, quindi sostanzialmente inutile? La storia non è così semplice, se come detto i KSE sono (stati… date le ultime prove in studio) uno dei gruppi fondamentali per il movimento e, piaccia o meno, gli alfieri della nuova ondata metallica proveniente dagli Stati Uniti. In effetti in questo album la band svolge alla perfezione il suo ruolo, mescolando con sapienza le parti pesanti – veramente ben riuscite, nulla da dire – con quei ritornelli che già al secondo ascolto ci si ritrova a cantare, e che si stampano in testa alla stregua di un tormentone estivo (ma con una certa dose di spessore artistico in più, ci mancherebbe).  

E allora via alle danze: “A Did Farewell” si apre con un drumming sui tamburi e un arpeggio di chitarra distorta che preparano all’esplosione del riff portante, per poi convergere sull’atteso ritornello in clean. Passati un paio di pezzi, già ci si ritrova a fare i conti con due degli highlights dell’intera carriera dei Killswitch Engage. Si tratta per la precisione di “When Darkness Falls”, forse la più pesante del lotto a livello ritmico, ma con un chorus eccellente, in cui a farla da padrone non è solo la liricità di Jones, ma anche i contro cori del factotum a nome Adam Dutkievicz, chitarrista, seconda voce, produttore (nonché ex-batterista). E lo stesso vale per “Rose of Sharyn” in cui si avverte la tensione verso il potente ritornello finale, senza sottovalutare tutto il resto, per uno dei brani più richiesti anche in sede live. Altra chicca è rappresentata dalla title-track, un mid tempo roccioso che dimostra l’abilità dei nostri anche nel sapersi confrontare con parti meno veloci ottenendo lo stesso ottimi risultati. A dirla tutta la seconda parte dell’album perde qualche colpo, anche perché come già detto la struttura dei pezzi, nonostante gli stessi presentino comunque momenti diversi al loro interno, rimane abbastanza standard, ma vale la pena comunque di arrivare in fondo perché, al di là di quelle due-tre canzoni imprescindibili, le attitudini personali potrebbero far preferire una “Wasted Sacrifice” rispetto, che so, ad una “Breathe Life”.

Qual è la conclusione più idonea alla recensione di un disco come questo? Si può parlare di ottimo disco capace di varcare la soglia di genere o di un prodotto che farà felici solo i fan del metalcore? La verità secondo me sta nel mezzo: “The End Of Heartache” è a suo modo un capolavoro nella sua nicchia, un disco attraverso cui bisogna passare obbligatoriamente se ci si professa ascoltatori di questo stile musicale. Ma dall’altra parte potrebbe riuscire a sfondare i confini del suo “regno”, per far capire, nel bene e nel male, di cosa si tratta il metalcore. Nel peggiore dei casi, si potrà comunque fischiettare uno dei tanti ritornelli qui contenuti, piuttosto che farsi ammorbare dalla hit pop del momento.





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