Morbid Angel
Illud Divinum Insanus

2011, Season Of Mist
Death Metal

Il punto più basso dell'intera carriera dei Morbid Angel
Recensione di Stefano Risso - Pubblicata in data: 01/06/11

Otto anni di attesa dal dignitoso “Heretic”. Otto anni in cui si sono rincorse numerose voci intervallate da lunghissimi silenzi: il nuovo album si farà, non si farà, forse sarà un best-of, un pezzo nuovo di zecca (“Nevermore”) viene suonato per anni in concerto senza però scorgere novità più succulente. Poi finalmente il contratto con la Season Of Mist, informazioni sui lavori in corso arrivano alla spicciolata, il titolo, una data, la copertina... Forse ci siamo, stavolta è quella buona. E in tutta franchezza, a conti fatti, avremmo preferito che questo momento non arrivasse mai.

In perfetto ordine alfabetico, il nono album dei Morbid Angel, “Illud Divinum Insanus”, il primo con David Vincent al microfono dopo ben sedici anni da “Domination”, è un lavoro che farà discutere. Il motivo è presto detto: i nostri hanno deciso di sperimentare, di inserire all'interno della tracklist alcuni pezzi nel più classico stile Morbid Angel, insieme ad altri che non hanno nulla da spartire col death metal, virando pesantemente su una deriva industrial che, seppur non rappresenti una novità in senso stretto per la band, spiazza per l'importanza che gli viene attribuita nell'intera economia del full. Ovviamente i possibili commenti su questa scelta “rischiosa” si sprecano, da un lato chi vuole i propri beniamini fissi sulle coordinate di sempre, dall'altro chi saluta con entusiasmo tentativi di evoluzione e di arricchimento del proprio stile. Con “Illud Divinum Insanus”, ci sentiamo però di dire che i Morbid Angel hanno fallito clamorosamente sia nell'una, che nell'altra direzione.

Un album insipido nei frangenti death metal, quasi pacchiano sul versante industrial, debole dal punto di vista compositivo ed esecutivo, dai suoni non soddisfacenti (la solita batteria praticamente plastificata e le chitarre troppo sacrificate), in cui non si salva nulla. Liberi loro di sperimentare, liberi noi di giudicare il tutto ad atto compiuto. Per la cronaca, chi vi scrive si è sempre messo dalla parte di chi guarda le novità con entusiasmo, quindi la critica mossa in questa recensione non verte sulla scelta di modificare abbastanza radicalmente il proprio sound, piuttosto si sottolineano i pessimi risultati. Si rimane davvero senza parole ad ascoltare un brano come “Too Extreme!” (dopo essersi sorbiti l'ampollosa intro “Omni Potens”): un guazzabuglio industrial/techno hardcore senza né capo né coda, con un Vincent super effettato che per non farsi mancare nulla canta pure qualche verso in spagnolo. Si stenta davvero a riconoscere i Morbid Angel, se non arrivasero in aiuto le tracce classiche che dovrebbero rimettere in piedi la baracca.  Ma ahimè, altro buco nell'acqua. “Existo Vulgoré” e “Blades of Baal” sembrano composte con gli scarti di “Domination”; potenti, velocissime, ma insipide, senza nulla che possa caratterizzale, uno stacco, un assolo, un particolare riff illuminante. Niente.

Purtroppo appare tutto subito sin troppo chiaro e l'ascolto delle tracce successive è dettato più che altro dalla curiosità, scemata l'eccitazione iniziale, di vedere quanto è profondo il burrone in cui i Morbid Angel sono sprofondati. Gli immancabili “lentoni” come “I Am Morbid” e “10 More Dead”, sono gli unici estratti che si salvano, raggiungendo una buona sufficienza, portandoci alla seconda metà del disco, ancor più imbarazzante della prima. Se “Too Extreme!” poteva concorrere alla palma di peggior canzone dei Morbid Angel di sempre, la settima “Destructos Vs. the Earth / Attack” rimette in discussione il verdetto. Un pezzo che scimmiotta malamente i Rammstein, che con maggior cura e idee migliori avrebbe anche potuto funzionare... L'atmosfera opprimente è stata resa con successo, manca solo il tocco di classe che ci si aspettava per donare la giusta imprevedibilità. Lo stesso dicasi per la famosissima “Nevermore” (insopportabili i coretti di Vincent) e l'imbarazzante “Beauty Meets Beast”, un “ritorno” death metal che quasi ci fa rimpiangere gli esperimenti ascoltati in precedenza. Esperimenti che fanno capolino anche in “Radikult”, uno stranissimo ibrido industrial/Queens Of The Stone Age (ascoltare per credere) e nella conclusiva “Profundis - Mea Culpa”, un vero colpo di grazia per chi è riuscito ad arrivare ad ascoltare fino a qui.

Un disco sbagliato in tutto, dal titolo (per quel che ricordo degli studi di latino non sembra una forma corretta), alla produzione (stavolta il tocco di Rutan per le parti di batteria è stato più deleterio che altro), dalle idee messe sul piatto, a come sono state sviluppate, riprendendo senza mordente stilemi passati e presentando novità di rara bruttezza, inserite in malo modo nel collaudato schema dei Morbid Angel. Inoltre anche la prova strettamente tecnica non fa gridare al miracolo anzi... Con Pete Sandoval ai box per il protrarsi di problemi alla schiena post operatori (l'ultima apparizione video è un altro colpo al cuore), il sostituto Tim Yeung svolge il compito senza emozionare, per non parlare delle chitarre: se dal “nuovo” arrivato Destructhor non ci aspettavamo nulla, si rimane di sasso nel constatare che non c'è un assolo di Trey Azagthoth degno della sua fama. Un'attesa lunga otto anni per un parto così deficitario è dura da digerire e probabilmente non farà che inasprire le pesantissime critiche a cui il lavoro andrà incontro. Come intaccare un'intera carriera con un disco senza senso... In fin dei conti, era proprio necessario questo “Illud Divinum Insanus”?



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