Caprice
Masquerade

2010, Prikosnovenie
Classica/Avantgarde

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 06/06/11

Recensione a cura di Sergio Puglisi

I Caprice col loro ultimo album ci portano in un viaggio indietro nel tempo di circa un centinaio d’anni. Nella Russia sovietica, nel regno del terrore staliniano sei poeti cercano, con versi meravigliosi, di alleviare il loro cuore e quello del loro popolo e al tempo stesso di sopravvivere. Moriranno tutti prematuramente, tranne una di loro. Il gruppo moscovita ha deciso di ridare vita ai versi di questi poeti e di dedicare loro l’intero lavoro, un concept intellettuale in cui la musica, più varia che mai, è assoggettata ai testi interpretati con versatilità da una Inna ancora più in stato di grazia quando canta nella sua lingua madre. Un intento certamente ambizioso, quella di Anton e compagni, di mettere in musica le liriche di Gumiljòv, Majakòvskij, Charms, Chlébnikov, della Achmàtova e della Cvetàeva, poesie note e meno note, ma tutte di una struggente bellezza. Le novità non mancano a partire dalla presenza di una strumentazione maggiormente rock e di un coro a sei voci. Ma cerchiamo dunque di entrare nel teatro dei Caprice e di goderci questo film in musica.

ATTO I

Masquerade” apre il suo sipario violetto con “Jav’” (“Realtà”), una lugubre intro caratterizzata dall’incedere monotono di una campana e del coro molto cupo, che presto, attraverso un climax crescente, sfocia in ben più dolci note d’arpa accompagnate da un monologo cantato molto soavemente da Inna. L’intro sfocia nel pezzo più progressivo dell’album. “Agnesa” (“Agnese”, su testo di Charms) è infatti un pezzo atipico per gli standard del gruppo, una favola in musica scandita dal basso elettrico e dall’interpretazione giocosa di Inna, con interventi di flauti ed archi, il tutto fuso in un pezzo rock dove ogni strumento è in armonia con l’altro. “Kamni” (“Pietre”, testo di Chlébnikov) è il pezzo più sperimentale, dalla struttura curiosa e quasi caotica, in cui il gruppo mettendosi al servizio del breve testo cubo-futurista sconvolge le regole di composizione creando quello che probabilmente è il brano più ostico dell’album (ma non per questo poco godibile, occorre solo farci l’orecchio). Inna si adatta alle ritmiche particolari della canzone dando prova di una versatilità che sarà la sua carta vincente in tutto l’album. “Marina” (dal testo di Marina Cvetàeva) è una dolce ballata con percussioni etniche sostenuta dai bellissimi vocalizzi della cantante. Un pezzo molto romantico e poetico ed uno dei primi capolavori del disco. “Devuške” (“A Una Ragazza”, testo di Gumiljòv) è il pezzo più rock del platter, l’unico in cui compaiano riff di chitarra elettrica, seppur mitigati da interventi qua e la dei classici strumenti della band quali piano e violino. Inna qui è davvero aggressiva, pur mantenendo la sua versatilità di sempre, e ci sentiamo scherzosamente di consigliarle di creare un side project hard rock. Il pezzo è molto ben riuscito e la melodia rimane in testa sin dal primo ascolto. Archi e un malinconico piano ci introducono a “Venecija” (“Venezia”, bellissima poesia di Anna Achmàtova). Coadiuvati dalla sublime voce di Inna sono i fiati a far la parte del leone (tanto per restare in tema, il pezzo recita “un leone con un libro su un cuscino ricamato, un leone con un libro su una colonna di marmo”) in questo brano rendendolo solenne e festoso, e trasmettendo alla nostra mente le immagini della laguna e di piazza S. Marco. “Elizaveta Igrala S Ognjom” (“Elisabetta Giocava Col Fuoco”, testo di Charms) è una filastrocca per bambini in musica dagli accenni cabarettistici e condita da intrecci vocali semplici ma gradevolissimi. Un pezzo divertente e carinissimo. Dopo, una soffusa melodia di flauto ci avvolge cullandoci con delicatezza. E’ il turno della dolcissima “Kolybel’naja”, ovvero “Ninnananna”. Ispirati da una bellissima poesia della Achmàtova i musicisti forgiano una languida nenia per cullare i bambini in un sublime melange di archi, flauti e pianoforte. Un capolavoro di dolcezza in cui gli strumenti si fermano per lasciar spazio alla toccante interpretazione della bravissima cantante.

INTERLUDIO


E si conclude così la prima parte di un lavoro che non ha mai smesso di stupirmi finora, ma il tempo di pochi secondi e il sipario si alza di nuovo, e sentiamo tuoni di guerra affacciarsi all’orizzonte…

ATTO II

Sono i tuoni dello strumentale “Ten’ Chozjaina” (“L’ombra Del Padrone”), un brano tetro e marziale, una colonna sonora per il regno del terrore perpetrato da Stalin. Piano ed archi si muovono in un labirinto di paura accompagnati da fiati cupi e imponenti, e poi incalzati da percussioni militaresche. Un climax lento e inesorabile che infonde un senso di profonda oppressione, come una pellicola in bianco e nero dell’Urss degli anni 20. Lo sgomento e il senso di morte lasciano spazio al triste lamento di una donna innamorata, in quello che a mio parere è il pezzo più bello dell’intero lavoro. In “Čto Tebe Ja Sdelala” (“Cosa Ti Ho Fatto?”, testo della Cvetàeva) l’interpretazione di Inna raggiunge il suo culmine, a volte sussurrata e meditabonda, a volte quasi urlata come quando nel ritornello canta: “Mio amato, cosa ti ho fatto?”. Rabbia, disprezzo, dolore, amore, rassegnazione, tenero affetto, preghiere, urla, invocazioni ad un amato che non tornerà, tutto questo converge in un’aria meravigliosamente orchestrata tra archi e piano. Finisce quasi con crudeltà, come fosse l’urlo soffocato di un amore morto o di un’Ofelia rassegnata che consegna il suo corpo alle acque. Un inizio quasi jazz introduce “Golod” (“Fame”, testo di Chlebnikov), un pezzo molto quieto, che a tratti si anima con sarcasmo, a tratti sprofonda in una tetra richiesta di cibo. In certi intermezzi riecheggiano sonorità marziali e spunta anche un coro di voci bianche. Essendo uno dei pezzi più lunghi forse è un po’ statico, ma rende bene le atmosfere di povertà di una Leningrado sotto assedio, come quando nel finale si sente Inna, quasi fosse un bambino vestito di stracci, ripetere: “Voglio mangiare!”. “Gnev Boga Porazil Naš Mir” (“L’Ira Di Dio Ha Colpito Il Nostro Mondo”, testo di Charms) è un calmo duetto tra Inna e una voce baritonale. I solenni cori contribuiscono a rendere la ballata con uno scenario molto desolante, quasi fosse una totentanz medievale. Traccia minimalistica e ancora una volta azzeccata. Torniamo a ritmi compulsivi con “Gottentotskaja Kosmogonija” (“La Cosmogonia Degli Ottentotti”, di Gumiljòv), pezzo scandito con severità militaresca da Inna, intervallato da stacchi più dolci che aggiungono suspence all’ascolto. Tutto giunge a un crescendo d’archi che tessono melodie misteriose, finendo con momenti pacati e onnipresenti percussioni che sfociano nell’altro strumentale del disco “Bez Maski” (“Senza Maschera”), intermezzo disperato che sa di anime che marciscono in un gulag. La consueta calma dopo la tempesta (o dovremmo dire dopo i bombardamenti aerei) ci porta alla dolce “Poslušajte!” (“Ascoltate!”), bellissima poesia di Majakòvskij, in cui tenui note di piano tessono una ballata dai toni elegiaci, con l’aggiunta di melodiosi violini. Il pezzo è molto delicato e così la voce di Inna che tocca note sempre più alte, per poi ritornare quieta e dolce. Negli ultimi due minuti la traccia continua come strumentale, ma dopo poco sopraggiunge il coro che intona un Kyrie Eleison concludendosi quale mesto requiem. Ma non finisce qui. L’album si conclude infatti con “Lisa I Petuch” (“La Volpe E Il Gallo”, di Charms), una breve filastrocca dai toni in apparenza molto allegri, ma che in realtà racchiude tutta l’essenza del cd, essendo una marcetta per il poeta condannato che va verso il patibolo.

Cala dunque il sipario violetto, gli applausi risvegliano la mente dopo il viaggio nei sogni del passato. Si conclude il lavoro migliore del gruppo concettualmente e musicalmente. Non cercate difetti perché essi svaniscono di fronte alla maestra di tali musicisti. Non cercate scuse per non approcciarvi al magico mondo di “Masquerade” perché non ce ne sono. L’artwork è costituito da un sobrio ma bellissimo digipack a sei facciate limitato a 600 copie. Persino la lingua che potrà sembrarvi ostica viene resa con musicalità e leggerezza, e bisogna dire che fare un album nello loro lingua madre ha fatto proprio bene ai Caprice. Per loro il voto massimo è il minimo che posso dare. Onore a questi artisti a tutto tondo.



01. Явь / Reality
02. Агнеса / Agnesa
03. Камни / Stones
04. Марина / Marina
05. Девушке / To A Girl
06. Венеция / Venice
07. Елизавета играла с огнем / Elizabeth Played With Fire
08. Колыбельная / Forest Lullaby
09. Тень хозяина / The Master's Shadow
10. Что тебе я сделала / What Have I Done
11. Голод / Hunger
12. Гнев бога поразил наш мир / God's Wrath Has Smitten Our World
13. Готентотская космогония / Hottentot Cosmogony
14. Без маски / Unmasked
15. Послушайте / Listen!
16. Лиса и петух / Fox and Cockerel

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