Lykke Li
Wounded Rhymes

2010, Atlantic
Indie

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 12/05/11

Nel pieno rispetto del saccheggio a piene mani che la musica made in USA - il pop in particolare -  sta compiendo nei confronti della Svezia, un nuovo “furto” si sta compiendo con l’assoluta benedizione del pubblico, che sta già manifestando il suo pieno consenso facendo registrare continui sold-out durante i live di questa artista, e dell’accondiscendente Atlantic Records, che fu la label di Tori Amos. Sto parlando dell’uragano Lykke Li, recentemente giunto (con sei mesi di ritardo, ma da noi è la norma) anche sui nostri lidi col primo singolo “Get Some”, tratto dalla sua seconda opera in studio dal titolo “Wounded Rhymes”.

Il motivo di tanto successo nascente è facilmente spiegabile, e si “nasconde” tra le pieghe della musica della nostra giovane (classe 1986) cantautrice: Lykke, difatti, prende la struttura della grande canzone pop anni ’60 e la imbastardisce in egual misura sia di elettronica da kitchen music di stampo prettamente nordico, sia di blues rock dannato di stampo sudista, col risultato che la proposta musicale suona sempre fresca ed irresistibile. Per capire quanto sto dicendo, basta analizzare i tre singoli che sono stati estratti dall’opera: dalla già citata “Get Some”, twist indiavolato su percussioni tribaleggianti (stessa, magnifica, turbolenza che si ritrova anche sull’opener “Youth Knows No Pain” o nella sanguigna e rockeggiante “Rich Kid Blues), passando per la più glaciale ed elettronica “I Follow Rivers”, fino ad arrivare a placide atmosfere sognanti da grande ballad flower power su “Sadness Is A Blessing” (stessa atmosfera ripresa magnificamente anche dalla più essenziale “Unrequited Love”). Peccato davvero per il piccolo tonfo in fondo, dove le lungaggini di “I Know Places” e l’eccessivo distacco di “Jerome” propongono le soluzioni sonore sopra citate in modo meno incisivo rispetto a composizioni ben più brillanti proposte in precedenza, ma per fortuna il disco poi si riprende per concludersi più che dignitosamente sulla solenne “Silent My Song”.

A coronare il tutto, poi, la voce perfetta di Lykke: non un’ugola virtuosa, ma una splendida cantante pop luminosa che, tuttavia, nasconde nello sfondo un leggero graffio che dona alle sue interpretazioni un elemento ammaliante, come un ricciolo di polvere che insiste diabolico nei pressi della puntina di un giradischi e che rende il tutto, in un qualche modo, meno sereno di quanto non voglia apparire.

Prodotto ancora una volta dal pigmalione Björn Yttling, “Wounded Rhymes” non è un album che mira a stravolgere con mirabolanti effetti speciali (anche il concept su cui è basato – la classica rinascita sentimentale dell’artista dopo l’ennesima delusione amorosa – è più che abusato, quasi un cliché), ma nella sua apparente semplicità nasconde qualcosa di semplicemente ipnotico. Sulla scia dell’indie pop inaugurato da Florence + The Machine, Lykke Li ci mostra un’ennesima variazione di genere assolutamente convincente, che prova – per l’ennesima volta – come lo spirito musicale femminino sia decisamente più robusto ed interessante all’estero, piuttosto che qui in Italia, dove le nostre cantautrici paiono davvero non voler abbandonare gli ingombranti modelli del passato e le prevedibili costruzioni della canzone nostrana. Lykke, invece, dimostra come gli anni ’60 possano essere riproposti con brio e modernità oggi, senza quel senso di anacronismo che renderebbe fastidiosa la proposta.

Inutile, quindi, opporre resistenza: Lykke sta arrivando, e temo intenderà restare a lungo; perlomeno, fintanto che questa ragazza riterrà la tristezza una benedizione, una perla su cui riversare il suo amore tormentato e mai corrisposto.





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