Moonsorrow
Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa

2011, Spinefarm Records
Black Metal

Recensione di Fabio Petrella - Pubblicata in data: 05/03/11

Su in alto, oltre il pulviscolo inconsistente delle nubi, dove le magiche geometrie dei segni zodiacali prendono vita, una mano invisibile disegna i contorni dell’universo. Sulla terra, lontani dalle stelle e tormentati da una natura che gli ha voltato le spalle, gli uomini vagano come ombre sui sentieri di un’esistenza macchiata dal peccato e avvolta dai rimorsi, ammutoliti nel silenzio siderale della solitudine. Tutto il mondo è in fiamme. I fiumi sono esondati e gli uragani devastano le città, oramai disabitate. Dagli abissi si propaga il brontolio dei Titani.

 

Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa”, nuova opera dei lungimiranti Moonsorrow, s’impone come la perfetta colonna sonora di un film tratto dal più apocalittico dei romanzi distopici. Messa da parte la componente più genuinamente folk, la band di Helsinki si cuce addosso un vestito meno ricamato del solito, dalla cromatura decisamente più oscura e dalle finiture spigolose, e varca i cancelli dell’avvenire con un passo spietato, cinico e vagamente arrogante. E come accade per qualsiasi abito di alta moda, il nuovo lavoro dei sorprendenti finnici sarà compreso da pochi ma esaltato da tanti. Un prodotto come quelli di una volta, fatto a mano, commissionato direttamente dal consumatore al produttore. La griffe è indiscutibile, così come il valore, ma l’elegante abito si scopre essere largo in vita e stretto sulle spalle: un capricco di proporzione, premeditato, che compromette la riuscita di un completo perfetto. La maniacale ricerca di cambiamento ha portato i virtuosi sarti di Finlandia a confezionare un album di sicura qualità ma di fascino misterioso. Quattro brani che superano i dieci minuti e tre intermezzi tendenzialmente inutili sono i contenuti del sesto full-length sfornato dalla premiata ditta Sorvali. Posto il fatto che un disco del genere meriterebbe ascolti prolungati nel tempo, e parliamo di anni, le impressioni che si ricavano dopo un’analisi comunque attenta sono due: eccesso e noia. Eccesso per il vizio materiale, accresciuto nelle ultime produzioni, di comporre quasi forzatamente brani lunghissimi, e noia per un tracciato musicale che, impostato sull'amplificazione totale, non può conoscere cali d'ispirazione. La sensazione è che i Moonsorrow abbiano voluto calcare la mano e realizzare un’epopea tragica e sprezzante sacrificando senza giusta misura quell’umore epico a fondamento del loro sound.

 

“Tähdetön” e “Muinaiset”, i carichi della prima parte, fanno fatica a dispiegarsi, soprattutto nel secondo caso dove si registra una minore ariosità. “Huuto”, il vero capolavoro di questa nuova fatica, è l’unica traccia che sostiene, tenendo fermo lo sguardo, gli occhi indagatori del passato. “Kuolleiden maa”, il pilastro conclusivo della seconda ipotetica sezione, fa tirare un sospiro di sollievo con i riff circolari alla Burzum e sonorità non tanto lontane dai territori carpatici dei Negură Bunget.

 

“Varjoina Kuljemme Kuolleiden Maassa” è un album difficile da sondare, da specificare e, se vogliamo, anche da accettare. Certi del fatto che alla corte dei Moonsorrow nulla è lasciato al caso, affidiamo al Supremo Tribunale del Tempo l’ultimo, definitivo giudizio.





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