Within Temptation
Enter

1997, DSFA Records
Gothic

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 03/03/11

E’ interessante riscoprire le origini degli olandesi Within Temptation, soprattutto vedendo cosa sono diventati oggi. Agli inizi, c’erano solo i fratelli Martijn e Robert Westerholt, rispettivamente alle tastiere ed alle chitarre, e l’eterna fidanzata di Robert, Sharon Den Adel, alle voci, insieme al compagno di scuola Jeroen van Veen al basso e Ciro Palma alla batteria, tutti impegnati a rincorrere, nel tempo libero lasciato dagli studi, il sogno della musica, seguendo una corrente che, ben presto, si diffuse nella terra dei tulipani in modo capillare: il gothic metal.

Pionieri, in questo senso, i connazionali The Gathering, prepotente, poi, l’ispirazione del faro guida Paradise Lost all’interno della band ed inevitabile, quindi, il paragone con i primi Theatre Of Tragedy, tutto per cercare di trovare un posto in quella che, con gli anni, sarebbe diventata una scena assai affollata. Ma non era questo il caso nel 1997; semmai, il rischio, all’epoca, era di risultare assai scarsamente originali proponendo la classica variante "Beauty & the Beast" del gothic (quindi, voce angelica contrapposta a grunt/growl di oscura natura), ed i Within Temptation “caddero” in pieno nella “trappola”. Lo fecero, tuttavia, dimostrando sin dagli inizi una spiccata personalità, un gusto melodico già pienamente avvertibile nel piano tormentato e in tutta la disperazione di cui l’allora acerba voce della Den Adel era capace in “Restless” (non a caso, pezzo privo del growl di Robert), ed un gusto per solenni atmosfere cinematografiche che facevano sì fortemente capolino nella scontata “Bloodless” (brano ottimo per fare da sottofondo ad uno stage qualsiasi di un gioco della saga "Castlevania", visto che l’ispirazione vampirica alla Michiru Yamane è evidentissima nelle tastiere di questo pezzo strumentale), ma, soprattutto, nei due brani maggiormente ambientali presenti in questo lavoro: “Pearls Of Light”, con la sua arpa placida e solenne, e l’arpeggio desolante di “Candles”, anche questa carica di un forte senso doom grazie alla glacialità delle tastiere ed alla voce lontana e sospirata della Den Adel. Non mancano, tuttavia, scariche rabbiose fortemente riconducibili alla frangia più oscura del metal, come in “Deep Within”, pezzo totalmente affidato al growl di Robert e perfetta antitesi della dolcezza funebre espressa in “Restless”, oppure nel duello della titletrack, dove nessuna delle due anime musicali dei primordiali Within Temptation pare prevalere sull’altra.

A livello di difetti, come in ogni esordio che si rispetti abbiamo i pezzi fortemente interlocutori (“Grace” e “Gatekeeper”: nulla che valga la pena ricordare ai giorni nostri) e quell’accenno di scarsa novità menzionata all’inizio dell’articolo. Si può, quindi, concludere scrivendo che “Enter” non è solo un disco buono per poter sentire quanto diversi furono i Within Temptation di quasi quindici anni fa rispetto a quelli attuali, ma anche un ottimo esemplare discografico di gothic metal, non privo di difetti, certo, ma comunque già pieno di quel cuore che, da sempre, pompa sanguigna musica all’interno delle vene degli olandesi. Romantico, diabolico ed atmosferico: consiglio vivamente il recupero di questa grezza gemma partorita da una band che, con gli anni, subirà numerosi e volontari processi di raffinazione.



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