White Lies
Ritual

2011, Fiction Records
Alternative Rock

Recensione di SpazioRock - Pubblicata in data: 28/02/11

Recensione a cura di Cesare Giubbolini

Il brutto è che ci sono pure cascato: i White Lies sono stati pompati da molti (NME in prima fila), il loro singolo “Death”, ad un primo ascolto, non suonava nemmeno tanto male io stesso abboccai all'amo comprando il loro primo disco “To Lose My Life”, scelta che continua a far male ad alcuni anni di distanza. Eppure, a pensarci bene, qualche campanello di allarme nella mia testa avrebbe dovuto suonare, dando un'occhiata ai titoli scelti dai Nostri, con ben poca fantasia, per le loro canzoni e i loro lavori. Mettiamo le cose in chiaro (così se qualcuno ha iniziato a leggere questa recensione è libero di tapparsi gli occhi o le orecchie, scelga lui): l'album in questione, se non lo si fosse capito, fu una delusione e il mio rapporto con i White Lies da allora non è affatto buono. In più, ascoltando il loro secondo full length “Ritual, uscito ad inizio anno, le mie impressioni non sono cambiate, anzi...

Come definire questo trio? Siamo in quella galassia pseudo-alternative pop rock, dal sapore vagamente cupo (che a volte è molto
cool, altre volte è solamente un mezzo per essere cool). Insomma, i Nostri sembrano uno di quei gruppi che hanno ascoltato parecchio i Joy Division e i Depeche Mode, allacciandosi ai loro suoni (e al loro cantato), ma in parte anche ai contemporanei Editors e Interpol. Solo che, mentre questi ultimi due (i primi non li discuto nemmeno) sono dei validi gruppi (o perlomeno godibilissimi, sebbene tacciati di imitare la band del compianto Ian Curtis - un'influenza forte c'è, ma è forse una colpa?), i White Lies non possiedono nemmeno un briciolo di energia, di disperazione e di fantasia. Risultano invece posticci, come ben dimostrato dal video del loro ultimo singolo “Bigger Than Us”: il loro essere oscuri (o presunti tali, perché secondo me non lo sono) è gratuito, troppo. Il trio usa immagini forti per la sola voglia di scandalizzare o di fare breccia nei gusti di qualcuno, ma dietro a questi titoli (anche a livello di testi) non si cela assolutamente niente, nemmeno un goccio di disperazione o di sofferenza... Di fronte ad un album chiamato “To Lose My Life”, ad esempio, sarebbe logico aspettarsi schiaffi e pugni nello stomaco a quintali, eppure di tutto questo nella musica dei White Lies non vi è praticamente nulla, nemmeno una carezza, niente di niente.

Tutti questi problemi persistono e se vogliamo s'aggravano: i White Lies sembrano mettere da parte il tema della morte, continuando su strade sofferenti, ma rivelando una certa mancanza d'intuizione nell'infondere atmosfera e acume nella loro musica e nei loro testi. Ogni tanto qualche guizzo lo si potrebbe anche scorgere; ad esempio l'incipit della seconda traccia, “Strangers”
, che tuttavia dura poco e fa perdere i Nostri in melodie trattenute da sonorità spesso troppo piatte, come il suono di pianola vagamente somigliante a un organo che si stende come un lungo tappeto per tutte le canzoni. Qualche eco di Depeche Mode ogni tanto, bricioline di Smiths in alcuni punti, ma la marmellata rimane comunque insipida; la voce del cantante sembra mantenere un certo tono solo perché cosìfa più cupo”. Guai a staccarsi e a liberarsi da questo modello, guai ad uscire dal solito schema preconfezionato.

Ore 20.30 di domenica: sto rientrando da un fine settimana fuori casa, è già notte, “Ritual” fa da contorno, ma non riesce a valorizzare nulla di questo buio appena calato. Lo sto ascoltando per la terza volta in tre giorni e forse può bastare. Una voce annuncia che il mio treno arriverà in anticipo; è ora di alzarsi, spegnere per un po' il lettore mp3, giusto il tempo di caricarsi il borsone sulle spalle e rimettersi le cuffie per continuare il viaggio a piedi verso casa. Questa volta, però, passo oltre, scorro la lista verso altri ascolti... Senza rancore White Lies, e senza nemmeno tanto dispiacere.





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