Korpiklaani
Ukon Wacka

2011, Nuclear Blast
Folk Metal

Recensione di Davide Panzeri - Pubblicata in data: 23/02/11

Nove. Siamo arrivati al nono studio album per la folk band tutta alcool-ed-allegria made in Finland. Ora, so che potrei sembrare scontato e ripetitivo, so anche che è già stato detto e ripetuto un numero indefinito di volte e che tutti voi lo sapete già, ma io lo ridico lo stesso: un altro album? Eh già, un altro album. Pensavate di esservene liberati? No. loro sono puntualmente tornati, l’unica vera differenza questa volta è identificabile nel lasso temporale intercorso dal predecessore, due anni anziché i canonici e usuali dodici mesi. Per il resto tutto è rimasto inalterato, anzi, solo una cosuccia è venuta a galla, ma ve ne parlerò tra poco.

Sarò onesto con voi: ho amato follemente i Korpiklaani di “Voice Of Wilderness” e del successivo “Tales Along This Road” (come credo e spero abbia fatto l’umanità intera), album che hanno saputo risvegliare istinti folkoristici in me da tempo sopiti e dare un’impennata decisa ed esponenziale a tutto il movimento folk metal. Adesso, dopo undici anni e undici dischi (statisticamente parlando sono perfetti) qualche crepa sulle armature di pelle e cuoio del clan della foresta inizia a intravedersi. Gli ultimi lavori temporali della band, “Korven Kuningas” e “Karkelo”, sono risultati indubbiamente più maturi e ragionati, ma agli occhi dei fan e degli addetti ai lavori altrettanto sbiaditi e privi della vera carica energica e della vena ispiratrice che possedevano i fratelli di inizio carriera. “Uckon Wacka” non è esente da questo gravissimo problema che però viene in parte risolto grazie ad alcuni evidenti accorgimenti che potranno o meno piacere ai fan storici della band. Sostanzialmente il disco ritorna ad essere più immediato e compatto, lasciando spazio a brani incalzanti, festosi ed inevitabilmente alcolici (“Tequila” per esempio, che, oltre ad essere una bella canzone, è anche l’unica traccia scritta in lingua d’albione ed è dedicata a tutti i fan del Sud America). L’intenzione è lapalissiana, più frilli e lazzi, allegria e velocità e meno ragionamenti ed atmosfera (con l’eccezione della titletrack). Il disco scorre nei lettori che è un piacere, si lascia ascoltare grazie al suo sporco e ruffiano lavoro, ti costringe a far saltellare la gamba a ritmo anche se sei seduto ed ambisce a diventare uno dei cd da prendere in considerazione per eventuali grigliate e festini a base di birra (o tequila). Insomma, quasi i veri Korpiklaani di una volta.

Purtroppo c’è anche un ma, ed è abbastanza rilevante. Come dicevo in apertura di recensione, una caratteristica dell’album è emersa a fine ascolto ed è riuscita a farmi storcere un po’ il naso. La durata complessiva del disco rasenta i trentacinque minuti! Ecco spiegato il perché di cotale compattezza ed immediatezza: tutto è stato ridotto e compresso ai minimi termini. Ma dopo due anni di lavoro e due lustri di carriera puoi presentarti alla griglia di partenza con poco più di mezz'ora di prodotto? No (logicamente il prezzo del disco non è assolutamente rapportato alla durata). Non riesco a spiegarmi oggettivamente il perchè di questa defaillance. Le idee non sono di certo originali ed innovative, ma proseguono il percorso intrapreso una decina di anni fa. I Nostri hanno voluto evitare di rimempire il disco di inutili filler? Non lo sappiamo; quel che è cercto è che l'album è dannatamente troppo breve.

Cari Korpiklaani, noi siamo solo contenti di vedervi attivi e volenterosi come nessun’altra band del pianeta, ma qualche bottiglia di birra in meno e qualche canzone in più (no, la cover dei Motorhead di “Iron Fist” presente nella limited edition non basta) avrebbero sicuramente giovato a “Ukon Wacka”.





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