Iron Maiden
A Matter Of Life And Death

2006, EMI
Heavy Metal

Recensione di Gaetano Loffredo - Pubblicata in data: 30/03/09

Quando compare sugli scaffali il nuovo disco degli Iron Maiden cominci a pensare, almeno nel mio e nel caso dei coetanei appartenenti al raggio che abbraccia la soglia degli anni trenta, al passato. Sì, a quando i tempi di una adolescenza trasgressiva e della sacrosanta spensieratezza combaciavano al millimetro con quel brano degli Iron, a quando The Number Of The Beast ci spiazzava e ci caricava suonando al massimo volume sulle cuffie di una scatoletta, un walkman usurato dal tempo ma fieri di ciò che andava producendo: una cassettina che valeva molto di più dello stesso fido registratore (RIP).
Ricordo ancora l’eccitante sensazione provocata da uno dei primi acquisti alla tenera età di anni quattordici; diciannove mila sudate lire per sentirti grande, con la possibilità di poter scartabellare il cellophane della musicassetta di Fear Of The Dark poi consumata a furia di riprodurre title track e Afraid To Shoot Strangers… ciò che bastava per rendere felice me e i compagni di infanzia.


Ma, e leggete con attenzione, oggi non siamo qui per celebrare i fasti antichi e recenti di un gruppo che ha scritto, scrive e scriverà la storia della Nostra Musica, no, oggi dobbiamo valutare se i Grandi Vecchi siano ancora in grado di regalare quelle emozioni; le stesse che un quattordicenne, un trentenne e un cinquantenne si trovano a voler condividere grazie alla magia di quella musica.
Si, quella musica da tutti noi considerata immortale.

A Matter Of Life And Death è il terzo atto di una nuova era che, per volere di Steve Harris, ha tenuto il suo battesimo con l’avvento di Brave New World e cresciuta con l’exploit di Dance Of Death, entrambi riconciliatori di una carriera che pareva avviata ad un onorevole ma irreversibile declino.

Ingolosito dalla fantomatica Limited Edition, è il DVD che per primo rapisce il mio sguardo, purtroppo, dopo un religioso silenzio della durata di 47 minuti (secondo più, secondo meno), un sorriso ironico mi compare inevitabilmente sul volto, irritato dalla scherzetto puramente commerciale rifilatoci dalla sempreverde EMI: un making of che più squallido e noioso non si può, il video (chiamiamolo video) di The Reincarnation Of Benjamin Breeg che gira ovunque da settimane, l’orribile studio performance footage di Different World (uguale all’altro video ma con una finestra sola invece di quattro) e, novità delle novità, una photo gallery.


Riposto l’inutile DVD (anche i fanatici si saranno accorti della “furbata”, vero?) mi concentro finalmente sul disco che lascia un retrogusto inconfondibile sin dal primo impatto: siamo alle prese con un nuovo The X Factor costruito sulla scia dei suoni e delle melodie di Paschendale, degno estratto di Dance Of Death.

Si escluda da questa affermazione il brano d’apertura, Different World che, come accadde per The Wicker Man e Wildest Dreams, ha il compito di reintegrarci agevolmente nel mondo Iron Maiden attraverso un riff semplice semplice ed un ritornello che si assimila istantaneamente.
E’ dato poi ampio e incomprensibile spazio a brani lenti e cadenzati e, per di più, della durata media che supera abbondantemente i sette minuti. Scelta alquanto discutibile.

A Matter Of Life And Death prende forma con These Colours Don’t Run, brano epico fino al midollo, tracotante, caracollante e molto lungo, complice la parodia strumentale che sfocia in un coro creato appositamente per il pubblico che assisterà agli imminenti concerti.
Il “gioco” si fa duro con Brighter Than A Thousand Suns che, a dire il vero, non ho proprio apprezzato. Decisamente dispersiva e i suoni grezzi fanno da contrasto ad una voce, quella di Bruce, posizionata su frequenze alte, troppo alte qui e troppo alte sule nove tracce rimanenti che compongono il disco. D’accordo, Dickinson ci mette testa e cuore ma la sensazione è che abbia voluto strafare ricavando un risultato inferiore rispetto a quelli ottenuti negli ultimi anni.

La struttura della maggior parte dei brani è sempre la stessa, la posizione di arpeggio, assolo e ritornello è drammaticamente prevedibile e forse l’unica “pecorella bianca” è proprio la quarta, The Pilgrim, la sola insieme all’ultima (e davvero valida) The Legacy a nascere dalla penna di Gers, che affianca lo scontato autografo di Steve Harris.
Una cantilena, invece, la canzone di mezzo, Longest Day. Almeno fino al doveroso stacco strumentale che si lascia godere per la sua fluidità e per il solito inconfondibile alone epico.
Altro brano lento e macchinoso è invece siglato da Bruce Dickinson, Out of The Shadows, riflessivo e intimista ma catatonico e soporifero che precede The Reincarnation of Benjamin Breeg che, chi scrive, non è riuscito a digerire fino a considerarlo uno dei singoli più scadenti della storia della Vergine di Ferro.
A sollevare l’ormai basso profilo psicologico ci pensano i nove minuti e mezzo (l’ennesima lunghissima nenia però) di For The Greater Good of God, ribattezzata la nuova “The Sign of the Cross” (siamo sicuri che valga quel brano?), e soprattutto le ultime due mini-suite, Lord of Light e la già menzionata The Legacy che, nonostante si dilunghino più del dovuto, accorpano stacchi e accelerazioni degni del monicker Iron Maiden.


Mi preme sottolineare quanto segue: A Matter Of Life And Death è un disco che necessita decine e decine di ascolti per essere apprezzato nei particolari ma, nonostante la postilla, rimane il dubbio di un lavoro rilasciato con troppa fretta, sulla scia dell’entusiasmo (e soprattutto delle vendite) degli ultimi due predecessori. E’ difficile definirlo capolavoro quando sappiamo quali sono e cosa contenevano i veri classici della band, pertanto, prendiamolo così com’è: un disco che, come tanti altri, divertirà per qualche tempo prima di essere riconsegnato allo scaffale più importante, quello che sostiene l’intera discografia della band heavy metal più grande di sempre.





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