Ride
Nowhere

1990, Creation Records
Shoegaze

Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 13/01/11

Avvolto da un'aura ieratica, onirica e allo stesso tempo desolata, "Nowhere" non sembra il prodotto di quattro ragazzi appena ventenni. Ciò che per la storia della musica rappresenta questo disco è il primo capolavoro della maturità del genere shoegazing, una aggiornata psichedelia percorsa da coltri di droni chitarristici e voci impalpabili, ultraterrene. Dal 1990 i Ride di Oxford divennero il più popolare gruppo shoegaze, anche attraverso lo sguardo favorevole della critica, assumendo coi My Bloody Valentine lo status di gruppo più imitato di quella scena musicale. Vent'anni dopo, e soprattutto dopo il calo qualitativo degli ultimi dischi e lo scioglimento del 1996, i Ride cadono in una sorta di oblio che assolutamente non rende loro giustizia. E chi ha avuto modo di conoscere la loro discografia che vale (almeno 4 EP e 2 album) lo sa bene. Ci troviamo, ora, a trattare del loro indiscusso apice, nonchè del primo album della carriera dei Nostri.

"Nowhere" suona come la sua splendida copertina: potente come l'onda, ma cristallino come l'acqua. In esso convivono a meraviglia sia distorsioni frastornanti sia atmosfere catartiche, attraverso un intenso flusso di canzoni. La componente melodica è una carta usata con grande saggezza dai leader Andy Bell e Mark Gardener: raramente l'obiettivo è quello di risultare solamente orecchiabili, l'attenzione è rivolta, piuttosto, a dipingere atmosfere quasi sacrali, attraverso l'uso pressochè costante delle due voci, con un'alchimia corale vellutata e narcotica. Altra fondamentale componente sta nell'effettistica impiegata per le due chitarre: l'uso combinato e sovrapposto di ogni sorta di effetto (evitiamo qui inutili tecnicismi) appare già maturo e lunge dall'esser un mero esercizio di stile: l'impatto degli effetti è fortissimo, ma non esasperato come in uno "Psychocandy", nel quale si assapora il rumore con attitudini ancora punk. Al contrario qui le chitarre diventano come un'ideale orchestra per musicare sia la quiete sia la tempesta. Infine la sezione ritmica di assoluto pregio tiene in modo assolutamente vario le fila di un discorso che altrimenti rischierebbe di essere inconcludente: il batterista Loz Colbert, colora con continua creatività e notevole inventiva le pulsanti linee di basso e il magma chitarristico sottostante. Il risultato di questo mix conia un linguaggio musicale anomalo e fuori dallo schema calmo-movimentato: si tratta pur di musica psichedelica, che invita quindi al torpore, al viaggio mentale, più che al movimento o al canto in automobile; con l'importante aggiunta, però, di una desolante ed eterea partecipazione emotiva che pervade ogni pezzo, unica all'interno della produzione degli stessi Ride e rara, comunque, in tutto il genere. Perlomeno a questi livelli. E l'aria che respireremo sarà di alterna densità, fra brezze carezzevoli e sferzate ventose che portano via.

Il giro circolare di basso che apre la prima "Seagull" è un diretto riferimento a "Taxman" dei Beatles, ma per dimenticare questo deja vu basta qualche rintocco di ride (stavolta si tratta del piatto della batteria!) e presto spira su di noi una poderosa ventata di distorsioni e acute note ossessive di sottofondo, sopra un ritmo tuonante di batteria. E' a questo punto  che veniamo a conoscenza della particolare vocalità dei due frontmen e le armonie folk che che caratterizzano il loro gusto armonico. "Nowhere" si dischiude ai nostri occhi con questa cavalcata acida e rumorosa. Ma fra i momenti più accessibili e "pop" abbiamo almeno tre pezzi dai toni più sereni: "Kaleidoscope" e "Taste" vantano un ritmo brioso unito a delicate nenie melodiche avvolte dal consueto muro di suono; è poi la loro più nota ballata, "Vapour Trail",  a lasciare impresso il tema musicale più orecchiabile, che culmina in una coda arricchita di melanconici archi. Da annoverare fra i momenti più dolci è anche la melodica "In a different Place", che vince soprattutto in virtù dell'ottima resa vocale di Gardener.

Fra i capolavori di prima portata, però, non possiamo che eleggere i momenti più atmosferici e struggenti: "Dreams Burn Down" è una canzone nell'occhio del ciclone: irreale nella sua quiete, nella sua pacata voce, nelle sue cristalline frasi di chitarra, per esser poi lancinata  da violentissime scosse elettriche che percorrono la mente come brividi. Gli arpeggi di "Paralysed" delineano una progressione di accordi di superba perfezione formale, quasi da far sembrare il brano un canto sacro dalla magnetica atmosfera. La più fluttuante e brumosa delle loro composizioni è, però, "Polar Bear": un disorientante pulsare di tremolo guitar e feedback  percorrono lentamente il due lati delle cuffie mentre un ritmo d'accomgnamento sospeso nell'aria e due voci mai così solenni completano le visioni delle liriche prese in prestito da Salinger:

"She knew she was able to fly,
Because when she came down,
She had dust on her hands from the sky.
She felt so high, the dust made her cry
"

E  quando ci si desta dal torpore sognante, la batteria si fa, d'un tratto incalzante e la musica spicca il volo per il crescendo emotivo finale. Ultime, ma non ultime, sono infine le composizioni più ossessive e oscure dell'album: "Decay" è un canto straziante, pervaso di una sofferenza resa dall'uso martellante delle percussioni e dalla ripetizione continua della stessa nota su diverse ottave, continuando sempre più forte e distorta sulla ripetizione di un rassegnato verso: "we die...". "Here and Now" viaggia su territori analoghi servendosi di una darkeggiante progressione di accordi, armoniche a bocca e di un ritmo assai più vario. Culmine del sentimento di "non-luogo" è, infine, la conclusiva title-track: pezzo fortemente noise, stremato, ad un passo dall'autodistruzione, che ci abbandonerà sfumando fra le onde di una sponda sconosciuta.

Ancora da band indie e alternativa i Ride centrano con questo disco una delle sintesi più felici fra suoni psichedelici, muscolarità rock e atmosfere purificanti, mentre gli altri capisaldi del genere avranno meriti assai differenti: i My Bloody Valentine porteranno lo shoegaze a livelli di sperimentazione tecnica impressionante, mentre gli Slowdive vinceranno nell'introspezione e sulle sonorità più squisitamente dream pop. Sarà l'esplosione, nel 1994, del fenomeno Oasis a decretare il declino di tutta questa sotterranea, ma fertilissima realtà britannica; anche se notiamo che ormai da qualche tempo l'attenzione del mondo underground stia riscoprendo il fascino di band come queste, soprattutto in osmosi col contesto post rock.

Chi sono, dunque, i Ride? Un gruppo che suona lontano nel tempo, che fa delle sue scelte sonore uno spazio vaporoso alieno alle asciutte soluzioni delle delle produzioni più moderne. Ciononostante il potenziale evocativo che è in grado di suscitare "Nowhere" trasporta oggi come allora; fra la malinconia, il sogno e le ossessioni di chi non riesce a guardare con serenità il proprio futuro, ma che, in qualche modo, ci spera religiosamente.



01. Seagull
02. Kaleidoscope
03. In A Different Place
04. Polar Bear
05. Dreams Burn Down
06. Decay
07. Paralysed
08. Vapour Trail
09. Taste
10. Here And Now
11. Nowhere

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