My Bloody Valentine
Loveless

1991, Creation Records
Shoegaze

Recensione di Alberto Battaglia - Pubblicata in data: 10/01/11

"Loveless" è un disco che non si può che defininire strabiliante: ancora oggi è difficile per chiunque non riconoscere quanto sia disorientante, non solo nella grande famiglia del rock psichedelico, ma anche in quella del rock in senso lato. Si tratta in primo luogo di un'opera sperimentale, che cerca e trova vie nuove.

Sebbene la formula a parole sembri sempre la stessa (massiccio uso di effetti di chitarra, voci distanti ed evanescenti, decibel frastornanti)  in questo caso la storia è, però, molto diversa: in "Loveless" cambiano le aspettive, la filosofia di fondo del lavoro. Se per qualunque altro disco shoegaze che si era visto fino ad allora  il focus era comunque dare al pubblico underground canzoni tutto sommato ancora accessibili (Ride), o più puramente trippy (Spacemen 3), qui le pretese sono, invece, pienamente artistiche: si punta dritti alla perfezione. I mezzi e i tempi per la registrazione di questo album infatti furono talmente dispendiosi da portare l'etichetta Creation sull'orlo del fallimento. Un nuovo numero per la serie "ne valeva la pena": questo lavoro resta, infatti, il più influente disco del genere, in grado di penetrare con le sue innovazioni anche in territori lontani dai suoi naturali recinti. Sotto la guida di Kevin Shields i My Bloody Valentine portano l'abuso effettistico a un livello di caos controllato, su decine di strati sonori sovrapposti: elettronica, campionamenti, feedback e i componenti tradizionali della rock band si fondono e compenetrano l'uno nell'altro lasciando l'impressione di un flusso sonoro. Questa caratteristica, unita a una decisa cura del dettaglio costituisce la più evidente peculiarità di "Loveless".

La partenza è una scarica sferzante di chitarre e barriti elettronici: "Only Shallow" è già uno dei migliori esempi di come i MBV costruiscano sonoricamente il loro pezzi. Abbiamo una strofa eterea di volta in volta scossa da un furore noise che, al di là delle apparenze, è assai studiato. Ovviamente fare immediatamente l'orecchio a tutto questo è quasi impossibile per chi non si sia mai avvicinato al genere. "To Here Knows When" è una piccola sinfonia shoegaze basata su archi campionati, melodia narcolettica e una chitarra distorta che suona come l'effetto doppler di una formula uno. Fra gli episodi più vertiginosi, poi, "Come in Alone": fra suoni celestiali e fiumane roboanti trasporta lontano. "Sometimes" è un altro pezzo memorabile: probabilmente la migliore melodia di "Loveless", immersa in un magma di rumore spezzato dalla docezza dei sintetizzatori e da una costante ritmica acustica. Ognuno dei brani che compone questa scaletta ha di che stupire per l'originalità messa in campo a livello di arrangiamento, nel quale Kevin Shields sperimenta l'impensabile dando sempre l'idea di avere una grande chiarezza sugli esiti che intende ottenere.

Chi ha imparato ad apprezzare questo album sente una grande sensazione di trasporto, di effetto fisico, solo di nome raffrontabile alla psichedelia tradizionale; oppure ci si può limitare a considerare la grande portata della ricerca sperimentale e sonora. Ad ogni modo un disco assolutamente non facile, ma altrettanto imprescindibile per importanza storica e artistica.



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