Agalloch
Marrow Of The Spirit

2010, Profound Lore Records
Black Metal

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 23/11/10

Se c’è una cosa che agli Agalloch riesce bene è stupire i loro fan: quattro anni sono passati da “Ashes Against The Grain”, un periodo lunghissimo per gli ammiratori della band dell’Oregon, rotto solo nel 2008 da un EP (“The White”, nel quale i nostri mettevano completamente a nudo la loro musica lasciando intatto solamente lo scheletro neo-folk/dark ambient), da una compilation (“The Demonstration Archive”, che racchiudeva materiale precedente al debutto “Pale Folklore”) e da un DVD (“The Silence Of Forgotten Landscapes”). Logico quindi che l’attesa fosse piuttosto alta, non solo per chi segue assiduamente il gruppo, ma anche per chi lo conosce poco, pur riconoscendo in esso meriti e qualità indubbie.

Marrow Of The Spirit” viene pubblicato da una nuova etichetta, la Profound Lore, e questo è già un primo cambiamento da registrare; Aesop Dekker è poi il nuovo batterista del gruppo, il quale non ha affatto faticato a integrarsi nelle dinamiche della band e ad apportare qualcosa di suo. Prima di entrare nel dettaglio c’è da annotare un altro dato: questo disco a un primo ascolto non sembra suonare Agalloch al 100% (soprattutto nell’uso che talvolta viene fatto della voce). C’è di più: la prima impressione che si ha con “Marrow Of The Spirit” non è d'amore o di odio, ma oscilla in una scala tra il “non mi piace” e il “credo mi piaccia, ma mi sfugge”, e solo dopo tanti ascolti riesce finalmente ad emergere nella sua vera natura. Ma procediamo con ordine.

“They Escaped The Weight Of Darkness” è un’intro dal sapore bucolico: un ruscello che scorre placido e il cinguettio degli uccelli fanno da sfondo a un violoncello dai toni dimessi e malinconici. Quasi quattro minuti dopo è come se un meteorite si abbattesse su questo ameno paesaggio: “Into The Painted Grey” esplode con inusitata ferocia black metal, riscoprendo un’anima degli Agalloch che non compariva, così forte, almeno dai tempi di “Pale Folklore”. Passato il primo sconvolgente minuto, le melodie si fanno familiari, ecco che riemergono gli arpeggi tipici dei Nostri e il drumming pulsante e tribale, i quali cominciano piano piano a crescere per poi deflagrare nello screaming di John Haughm: una struttura alla quale gli Agalloch ci hanno sempre abituato (e che ha reso “Ashes Against The Grain” un disco quasi post metal). Il brano in questione ovviamente non si limita a crescere per poi morire, ma è composto da una serie di saliscendi che ne modificano continuamente l’andamento, tenendo continuamente sulla corda l’ascoltatore. “The Watcher’s Monolith” pare invece attingere molto più da “The Mantle”, soprattutto nelle sue venature folk, ma riesce comunque a tenersi ben distante da quanto finora fatto dal gruppo, rivelando quella che sarà la dote principale di questo lavoro: l’essere fusione quasi perfetta degli LP finora prodotti dai Nostri.

La perfezione sonora è raggiunta nei quasi diciotto minuti che compongono “Black Lake Nidstång”, esemplificazione ideale del suddetto processo di summa operato dalla band. L’inizio è vagamente morriconiano (e ciò conferma quanto sia caro agli Agalloch il post rock, soprattutto quello dei canadesi Godspeed You! Black Emperor, eccezionali creatori di atmosfere analoghe), un incedere teso che sfocia dopo quattro minuti in un malinconico arpeggio, potente e maestoso nel suo lento avanzare, supportato da una voce che rispolvera il “sussurro” tipico di Haughm, sussurro che poi, nella strofa successiva, si trasforma in un gelido, strozzato e straziante scream,in grado di raggiungere punte emotive forse mai sinora toccate dalla band di Portland. La tensione non viene completamente rilasciata, ma viene trattenuta per la seconda parte di questa sorta di suite, più votata al post metal e ad un ritorno alle sonorità già conosciute con l’album precedente; in questa seconda sezione possono riaffiorare alla mente anche strutture già familiari ai nostrani Novembre e agli Alcest, dotate di un piglio al tempo stesso epico e malinconico. I diciassette minuti di “Black Lake Nidstång” lasciano in ginocchio l’ascoltatore, al quale non rimane neppure un solo secondo per riprendersi, che già deve prepararsi alla seconda perla di “Marrow Of The Spirit”, “Ghosts Of The Midwinter Fires”. Si torna con questo brano su binari tipicamente gothic rock e, a livello di struttura, post metal, con uno sfuggente e liquido arpeggio in crescendo a guidare un po’ tutto il pezzo, intervallato solo da un break centrale più furioso. Il finale del disco è riservato a “To Drown”, cupa e drammatica chiusura caratterizzata da toni dimessi, foschi e solenni, un climax atmosferico e noise che pare dissolversi nella sua parte centrale, salvo poi riprendere da dove si era interrotto ed alzare ulteriormente il carico di tensione. Come una cascata imponente, il tutto termina fragorosamente in un corso d’acqua, forse il suono delle onde del mare che, con il loro tranquillo deflusso, si ricollegano direttamente e ciclicamente all’apertura del disco.

“Marrow Of The Spirit” è l’ennesimo gran lavoro a firma Agalloch. Anche in questo caso i Nostri hanno ripagato l’attesa dei loro fan con un album carico di pathos, sentimento, furore e malinconia. Come detto in precedenza, sono inoltre riusciti a condensare tutte le loro influenze in un unico disco, che racchiude in sei brani le loro molteplici influenze: black metal, post metal, post rock, gothic, folk... Ognuno di questi generi è perfettamente individuabile e distillabile in “Marrow Of The Spirit”, il che lo può rendere leggermente ostico a un primo ascolto, data la sua natura composita. Come anticipato sin dal primo ascolto si percepisce la potenza dell’album, ma è col passare del tempo che il disco cresce, va solo lasciato decantare come un buon vino e, soprattutto, va ascoltato nella sua interezza (cosa non facile data la durata e la complessità media delle canzoni). I Nostri sanno modellare la materia musicale a loro piacimento per ricreare le atmosfere desiderate, ma questo processo può non essere immediatamente apprezzato, soprattutto attraverso un ascolto casuale: se quindi non si vuole rischiare di bollare come inconcludente un lavoro più che meritevole, conviene prestare un po’ di attenzione. Se avrete pazienza, lascerete crescere dentro di voi i semi che “Marrow Of The Spirit” pianta, e soprattutto saprete coltivarli e vivere delle esperienze che vi procureranno, allora avrete tra le mani un Signor disco, sicuramente tra i migliori degli Agalloch.




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