Loreena McKennitt
An Ancient Muse

2006, Quinlan Road
Folk

Recensione di Fabio Rigamonti - Pubblicata in data: 27/10/10

La tragedia: il 19 luglio 1998, Loreena McKennitt perde l’amore della sua vita, Ronald Rees, col quale era in procinto di sposarsi, per un incidente di canottaggio sul lago Huron. La tragedia causerà l’allontanamento dalla musica della Musa per ben nove anni, nove anni di assoluto silenzio, dedicati esclusivamente ai viaggi, nove anni al termine dei quali chiunque avrebbe ragionevolmente perso la speranza di vedere di nuovo Loreena McKennitt al lavoro su un album di inediti. Invece, nel settembre 2006, un magniloquente concerto all’Alhambra, in Spagna, anticipò l’evento dell’anno: il ritorno imminente della cantautrice sulla scena con questo “An Ancient Muse”.

Iniziamo subito col dire che, dopo nove anni di silenzio e due assoluti capolavori, era lecito aspettarsi qualcosa di apocalittico; invece, quello che è realmente sconcertante di questo album è la sua mediocrità. E’ palese già dall’intro “Incantation” che non possiede la stessa verve emotiva di “Prologue” da “Book Of Secrets”, oppure dalla successiva “The Gates Of Istanbul”, classica canzone che fa gridare al miracolo per i primi tre ascolti, salvo quindi scemare nella noia sul lungo termine. Ed ancora: “The English Ladye And The Knight” non possiede il romanticismo straziante a cui Loreena da troppi anni ci aveva abituato con, ad esempio, una “Dante’s Prayer” piuttosto che una “Dark Night Of The Souls”, mentre le strumentali “Kecharitomene” e “Sacred Sabbath” sono ben lontane dall’andare oltre, per evocatività, alla gradevole sottofondo atmosferico. Per concludere in bellezza, persino la suite “Beneath a Phrygian Sky” è eccessivamente prolissa e, quindi, facilmente noiosa.

Cosa, quindi, porta questo album al voto che vedete in fondo a questo articolo? Semplice: “Caravanserai”, il classico diamante che, da solo, vale l’acquisto del cd, il pezzo che ti sa trasportare tra le sabbie di un deserto sahariano e ti fa sentire un caldo ed avvolgente vento melodico su un ritornello a dir poco straziante. Poi, la commossa “Never-Ending Road (Amhrán Duit)”, una canzone dove per la prima volta in sedici anni non vi sono connotazioni storico-folkloristiche di sorta ma, al loro posto, ritroviamo un pudico ma sentito elogio funebre al fidanzato morto, una canzone che riesce a rendere partecipe l’ascoltatore del cordoglio di Loreena grazie all’interpretazione impeccabile della Musa.

Sono forse stato troppo duro, ma sono in effetti le circostanze a non permettere nessuna pietà: nove anni di silenzio non sono pochi, e non basta prendere atto della perfezione assoluta dei suoni restituita dai Real World Studios di Peter Gabriel, oppure di quella mistura di folk ormai più che collaudata ed unica che, comunque, in un modo o nell’altro sempre ammalia nella musica della McKennitt, per consentirci di sbilanciarci a dire che questo è un lavoro destinato a marcare significativamente cuore e memoria degli ascoltatori.

Al termine dell’ascolto di “An Ancient Muse”, ciò che rimane invece è un inquietante interrogativo, un dubbio che inesorabile pende sulla musica della Musa, e solo ascoltando l’imminente “The Wind That Shakes The Barley” (16 novembre in buona parte del mondo, 24 gennaio 2011 in Italia) potremo avere indizi che ci aiuteranno a sciogliere insieme l’enigma.



01. Incantation
02. The Gates Of Istanbul
03. Caravanserai
04. The English Ladye And The Knight
05. Kecharitomene
06. Penelope's Song
07. Sacred Shabbat
08. Beneath A Phrygian Sky
09. Never-ending Road (Amhrán Duit)

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