Nine Inch Nails
The Downward Spiral

1994, Interscope Records
Industrial

Recensione di Federico Botti - Pubblicata in data: 20/10/10

Di sicuro un caposaldo della musica degli anni Novanta, probabilmente una pietra miliare nella musica in generale, “The Downward Spiral” dei Nine Inch Nails rappresenta l’apice creativo del gruppo, che da qui in poi andrà pian piano ricopiandosi, ripetendo a iosa certe sonorità e certi temi e svuotandoli di quel significato, di quella carica esplosiva che ebbero nel 1994, anno di uscita del disco. L'album riassume in quattordici tracce tutti gli aspetti più oscuri dell’anima dell’uomo, un uomo in crisi, messo in ginocchio dalle frustrazioni, dalla vita, dall’inesistenza dell’amore soppiantato dal sesso violento e animalesco, dalla mancanza di certezze che neppure la religione può dare, dalle droghe, arma a doppio taglio che allevia e distrugge. E’ quindi un concept, le cui liriche sono state scritte da un Trent Rezonr ispiratissimo (e, da quello che si può evincere, paurosamente triste e solo).

Si parte con la violentissima e graffiante “Mr. Self Destruct”. Sorretta da una base noise ronzante e da chitarre taglienti come rasoi, la traccia alterna momenti urlati e violenti ad altri d’atmosfera e riflessivi, una calma apparente tra vorticose tempeste elettriche. Già in questo pezzo c’è spazio per tutte le ossessioni e gli spettri che troveremo poi sviluppati in tutto il disco, ma andiamo con ordine. L’inizio sensuale di “Piggy” non deve trarre in inganno, le atmosfere non si sono ammorbidite. Al centro c’è una delle tante storie di dominazione sessuale, un racconto dall’incedere morboso e ammaliante che cresce piano piano interrompendosi poi a metà (verrà poi ripreso tra qualche traccia). A seguire “Heresy”, l’eresia, la blasfemia, Dio è morto e a nessuno importa. Una caustica denuncia della morte di ogni certezza, l’abbandono dell’uomo ai suoi problemi ed alle sue paure, e l’urlo rabbioso di questo che reagisce con foga alla sua solitudine bestemmiando tutto e tutti. La violenza nei testi comincia qui a farsi pesante; grande disperazione e solitudine conducono alla pazzia e al maledire tutto e tutti. Costruita su un meraviglioso giro di tastiera industrial e sorretta dalle solite laceranti chitarre la traccia è una delle gemme dell’intero disco. Si prosegue poi con “March Of The Pigs”, un tripudio rumorosissimo e iperveloce che di nuovo alterna momenti di pace a caos elettrico. Che i “pigs”, i maiali, rievochino gli stessi “pigs” citati da Charles Manson? Non è un caso che il disco sia stato registrato proprio a Beverly Hills, nella stessa villa dove avvenne la strage Tate e compagni attuata proprio da Manson... Il testo della successiva “Closer” è forse il più brutale di quelli sinora sentiti, descrive un rapporto sessuale spogliato da ogni traccia di amore, ricondotto solo a un atto qui davvero bestiale e animalesco. Non deve sconvolgere, è solo uno specchio di ciò che purtroppo accade spesso anche nella realtà, e quest’uomo, così a pezzi, così in crisi, deve pur sfogare il suo lato feroce in qualcosa che lo faccia star bene almeno per un po’.

Le successive “Ruiner”, “The Becoming” e “I Do Not Want This” sono tre spettacolari divagazione sulle follie e sui fantasmi mentali. Dal carattere più generico e universale rispetto alle precedenti, tecnicamente si sviluppano seguendo lo schema già intrapreso con “March Of The Pigs”, con alternanze violenza - atmosfera. Altra concessione alla sottomissione sessuale è “Big Man With A Gun”, traccia che rasenta il fastidioso tanti sono i suoni usati e la violenza espressa, eppure ha in sé dei tratti ammalianti che ti intrappolano e ti obbligano a portare a termine l’ascolto. Segue “A Warm Place”, un fenomenale intermezzo elettronico strumentale che difficilmente fa pensare ad una pace mentale raggiunta dal protagonista della nostra storia. Si evince ciò notando la posizione del pezzo nella tracklist, in mezzo a due tracce fortemente connesse con il sesso e la perversione. Il “luogo caldo” di cui Trent Reznor parla è molto più fisico, e sicuramente di breve durata, di certo non in grado di domare la malattia mentale. Malattia che si manifesta ovviamente nella sua espressione massima con il suicidio (o almeno nel pensiero di suicidarsi). La discesa nella spirale è quasi completa, la fredda e meccanica titletrack è annichilente e folle, perfettamente descritta da un testo lucido eppure così malato e sporcato dal sangue e dalla deviazione di una mente sovraccarica di psicofarmaci e droghe.

Eppure c’è ancora un ultimo, solenne, disperato momento di lucidità, tra una dose e un taglio autolesionista, una pagina di diario strappata con la disperata richiesta di aiuto di un uomo, richiesta che non verrà accolta da nessuno. Il sipario si chiude con la dolente “Hurt”, meravigliosa e poeticissima traccia, molto più potente di tanta rumorosità finora espressa. Alla ricerca di una qualsiasi sensazione diversa dall’apatia più grigia, l’uomo arriva persino a ferirsi, chiedendosi il perché del mostro che è diventato. Tutti lo hanno abbandonato, è rimasto solo, sul suo sporco trono, a dominare un impero fatto ormai di spettri, cosciente forse del fatto che, se soltanto avesse potuto far andare le cose in modo diverso, probabilmente lo avrebbe fatto.

Il disco si commenta da solo in maniera lampante, non abbisogna di ulteriori commenti ma va solo ascoltato e assimilato. Musicalmente un manifesto dell’industrial, universalmente un concept su alcuni degli aspetti più bui e paurosi dell’animo umano.




01. Mr. Self Destruct
02. Piggy
03. Heresy
04. March of the Pigs
05. Closer
06. Ruiner
07. The Becoming
08. I Do Not Want This
09. Big Man with a Gun
10. A Warm Place11
11. Eraser
12. Reptile
13. The Downward Spiral
14. Hurt

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